Leggere

Non so cosa mi sia preso oggi.
Sta di fatto che è da stamattina che sono stato catturato da un certo stato di inquietudine frullata con preoccupazione e tensione in parti uguali.
Tutto, ovviamente, votato all’università, sia per quanto riguarda il momento attuale (lezioni e futuri esami), sia lo studio che sto portando avanti sulla Lega Nord, sia (soprattutto, aggiungerei anche) per quanto concerne il dopo-Reggio Emilia.
Adesso come adesso, dopo due anni e mezzo di studi qui in terra di teste quadre potrei trarre a grandi linee un bilancio di questa esperienza.
Ho esplorato campi della conoscenza che prima tendevo a ignorare o addirittura detestare.
Forse ho imparato anche qualcosa da me stesso e su me stesso, per capire cosa posso dare e cosa non posso dare.
Ho imparato che un esame di merdissima come “Metodi di ricerca delle Scienze Sociali” andava superato al momento giusto: ora è ancora lì a fare la muffa e probabilmente sarà la prova che mi darà più filo da torcere da qui alla laurea.
Ho imparato che una facoltà bistrattata e vittima del pregiudizio come Scienze della Comunicazione, alla fine, ha il suo perché. Ma credo anche che buona parte degli studenti di questa facoltà, dalle matricole agli specializzandi, passando per i laureandi della triennale, ci sia fin troppa gente che non sappia il significato di “leggere un libro”.
Mi capita spesso di sentire studenti della mia facoltà lamentarsi: “Devo leggere questo libro per l’esame: sono ben 300 pagine”.
“No, io non leggo quotidiani. È come leggere un libro!”.
Quando sento queste amenità rimango totalmente allibito.
Il fatto della lettura, di approcciarsi alla madre della conoscenza (di qualsiasi tipo sia), per noi di comunicazione dovrebbe essere automatico, naturale.
Personalmente, quando finisco di leggere un libro, non riesco a stare senza e devo subito iniziarne un altro. Un romanzo, una raccolta di racconti, un saggio storico, politico, giornalistico…
Insomma, ho una fame che deve essere in qualche modo placata.
Per fortuna, l’orario di lezione mi ha sempre permesso di avere spazi per potere leggere, rifugiarmi in biblioteca, o nei tavoli messi a disposizione per lo studio, o su uno di quei due divanetti per la lettura dei quotidiani.
È un peccato che una biblioteca così grande come quella Interdipartimentale della mia facoltà abbia in realtà così pochi libri. Arbitrariamente, potrei affermare che le scaffalature occuperanno sì e no un quarto dello spazio totale.
Una volta avevo trovato roba insospettabile: un volumetto di poesie di Verlaine ad alto contenuto osceno e un cartonato di Pingu.
C’è poco da fare, mediamente la lettura viene vista come un appesantimento, qualcosa di noioso, monotono.
Ho una mia teoria a proposito: ho il sospetto che ciò sia dovuto alla questione delle letture “coercitive” ai tempi della scuola dell’obbligo (e successivo liceo), quando l’insegnante costringeva gli alunni a leggere certi libri.
Ho avuto l’apice di odio per la lettura alle medie: la vedevo come una punizione, una limitazione per la mia libertà di svago e divertimento.
Ricordo che in terza media, in un tema, avevo scritto una frase che suonava più o meno così: “Non mi piace leggere perché credo sia molto più divertente andare a giocare a pallone al parco”.
Altri tempi.
Dovevano ancora venire gli anni delle ragazze (mala tempora!) e le maratone di Latino e Letteratura Italiano del liceo.
Forse, se si proponesse la lettura come un’opportunità per coltivare la cultura personale e non come un’imposizione armata, i giovani riuscirebbero a crescere con una maggiore passione per la conoscenza e svilupperebbero maggiormente una qualità che faccio sempre più fatica a trovare: la curiosità.
Curiosità come volontà di capire i come e i perché del mondo, perché funziona così e non in altri modi, del volere smontare gli oggetti per coglierne il funzionamento.
Purtroppo conosco davvero poche persone in possesso di questa virtù.
Ma proprio è da queste persone che si riesce a imparare di più.
Oggi, anche a livello universitario sussiste un genocidio culturale di dimensioni epiche: quando mi capita di andare a teatro vedo sempre più teste brizzolate o spelacchiate. Quando vado in biblioteca, un luogo sacro, che dovrebbe suscitare timore reverenziale, vedo sempre più ragazzi che ci vanno per rimorchiare e fare i vitelloni. “Furbi loro, coglione te che ci vai per i libri”.
Vero, me lo hanno anche detto i miei genitori, ma credo che ogni luogo abbia determinate funzioni.
Il lettore potrebbe osservare che il mio modo di difendere la cosa tende ad assumere toni maniacali.
Potrei anche dare ragione a questo intelligente lettore: d’altronde, il ricorrere alla lettura per me rappresenta un’evasione da questo mondo reale, una fuga in un altro universo governato da regole completamente differenti.
Qualche mese fa avevo letto una bella intervista sul Resto del Carlino: un sacerdote parlava della lettura come di un’attività che porta a realizzare uno stato di intensa spiritualità, una sana abitudine che presenta molte affinità con la preghiera.
Come nella preghiera, infatti, ci si isola dal resto del mondo e si realizza una relazione, uno stato di profonda elaborazione interiore: per il lettore, con il testo e l’autore. Per il religioso, con sé stesso e Dio (o altra entità superiore).
Il mio momento di preghiera è la lettura.
È un istante lungo tanto quanto quelle ore in cui sfoglio, posseggo, rispetto e degusto il libro.
Sono molto geloso dei miei libri e prenderli in prestito in biblioteca, per ovvie ragioni economiche, mi fa un po’ storcere il naso.
Ma è risaputo, anche Pantalone ha le sue esigenze: ogni volta che vado dalla Feltrinelli, non posso sempre dissanguare il mio portafoglio.

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