“La Lega: geografia, storia e sociologia di un nuovo soggetto politico” di Ilvo Diamanti

27 maggio 2009

Bisognerebbe accostarsi con un certo timore reverenziale a questo ritratto della Lega: Ilvo Diamanti, assieme a Roberto Biorcio e Aldo Bonomi, è uno dei padri dell’analisi sociologica applicata al partito di Umberto Bossi.

Questo lavoro, nonostante sia datato 1993, presenta diversi spunti che sedici anni dopo riescono ad essere di vivissima attualità.

Il politologo piemontese, infatti, formula alcune osservazioni che tuttora riescono a mantenere la loro validità: un organizzazione snella, agile capace di muoversi rapidamente sul territorio, una leadership forte e carismatica e soprattutto, (a mio avviso, il punto più importante), l’innovazione dal punto di vista della comunicazione politica.

Comunicazione politica intesa nel modo di porsi con il pubblico e i mass-media.

Non potendo contare su un budget elevato, come i partiti tradizionali della prima repubblica, o su un influenza sui mass-media (ogni riferimento a Bettino Craxi è puramente voluto), le leghe regionaliste prima e la Lega Nord poi hanno saputo capovolgere le proprie debolezze in punti di forza: non potendo infatti contare su una costante presenza mediatica in televisione o sulla grande stampa nazionale, ha saputo privilegiare strade alternative. Ovvero, manifesti, volantini in dialetto o addirittura scritti con i pennarelli, discorsi informali faccia-a-faccia nei luoghi pubblici. I militanti infatti sono soliti fare opera di proselitismo nei gruppi amicali, tra i conoscenti, durante il tempo libero.

La Lega, usa un linguaggio semplice, facilmente comprensibile dalla gente, in totale antitesi con le abitudini comunicative dei soggetti politici tradizionali. Infatti, sta proprio qui lo scarto tra i partiti della prima repubblica e i “barbari” che vengono dal nord.

Ricordiamo che nel periodo in cui il Diamanti scrive, devono ancora arrivare le folate secessioniste.

Interessante è l’analisi dell’elettorato leghista della prima ora: se fino al 1987 il voto leghista si concentrava soprattutto nella piccola provincia, nella pedemontana, nel lavoro autonomo, l’artigianato e la piccola industria, sul finire degli anni ottanta il voto per Bossi inizierà a urbanizzarsi, a contagiare i giovani e coloro i quali nutrono una crescente sfiducia nelle istituzioni e chi si sente accerchiato da nemici (presunti o veri) per il proprio benessere: “lo straniero, il meridione, il ceto politico, i soggetti che vengono considerati come eversivi delle norme del vivere sociale (omosessuali, zingari)”.

Estremamente informativi sono i dati forniti nelle diverse tabelle presenti nel libro: ci si rende conto di come sia da sfatare il mito del politico leghista rozzo, ignorante e poco acculturato, nonostante a livello puramente comportamentale gli stessi personaggi coinvolti non si impegnino più di tanto nello sfatare questo stereotipo. Infatti, si osserva che tra i deputati e i senatori eletti nel 1992 nel centro-nord, il 58% dei leghisti è laureato, contro il 72% della DC (partito altamente elitario) e il 52% del PDS-Rc.

Un altro dato indicativo dello scarto della Lega rispetto ai partiti tradizionali è la costituzione del proprio personale politico. Sempre tra i deputati e i senatori eletti alle consultazioni sopracitate, vi sono liberi professionisti (36%) e lavoratori dipendenti privati (sempre il 36%).

La DC, invece, portava nei palazzi una quota consistente di docenti e magistrati (42%), come il PDS-Rc (38%) che però aveva anche una fetta consistente di politici di professione (25%).

Ciò può suggerirci per la Lega una certa specularità tra elettorato e personale politico eletto.

Nel 1992 continuerà a evolversi l’elettorato “verde”: si ingrosseranno le fila dei lavoratori autonomi, della piccola impresa. Aumenteranno sempre di più i giovani non ideologizzati, privi di valori di riferimento forti. Faranno capolino anche imprenditori artigiani e industriali contrariati dall’inefficienza pubblica. Questi ultimi, però, effettueranno nel 1994 una poderosa svolta “azzurra” verso un nuovo soggetto che avrebbe cambiato totalmente il modo di fare politica nei quindici anni a venire: Forza Italia, guidata dall’imprenditore Silvio Berlusconi diventerà, infatti, il punto di riferimento per questa categoria di elettori, causando un travaso di voti a danno della Lega.

Sul finire dell’argomentazione, risulta illuminante la tabella sinottica sulla periodizzazione della presenza delle leghe regionaliste (alcune sarebbero state inglobate nella Lega Nord, altre avrebbero avuto vita autonoma), in base ai caratteri relativi alla domanda e all’offerta politica nel decennio tra il 1983 e il 1993. Il Diamanti, in una sola pagina riesce a inserire quello che altri autori presenterebbero in decine e decine di noiosi e lunghi paragrafi.

Nelle ultimissime pagine, l’autore dà il meglio di sé: analizzando le risorse dell’imprenditore politico Lega: “un nucleo di contenuti chiari e flessibili, la capacità di imporre un linguaggio e uno stile di comunicazione che attrae e differenzia, un modello di organizzazione centralizzato e allo stesso tempo capillare e duttile”. Insomma un modello capace di dare risposte ma anche di ricevere le nuove domande provenienti dall’esterno e di comportarsi di conseguenza.

È proprio questa duttilità a permettere alla Lega di muoversi con un’agilità negata agli altri partiti.

Esempio: con la sua espansione nelle altre regioni del centro-nord (Toscana ed Emilia Romagna in primis), la costante etnico-identitaria lombarda viene meno e ci si sposta rapidamente su interessi comuni di tipo economico.

In breve: Con questo studio, Diamanti, fornisce un quadro esauriente del movimento leghista, praticamente aprendo la pista a tutte quelle pubblicazioni, di carattere sociologico, storico, giornalistico e politico che hanno caratterizzato gli anni novanta e duemila. Un punto a favore di questo libro è la sostanziale mancanza di difetti veri e propri.

Pro:

  • Sintetico e altamente informativo.

  • Facilmente comprensibile anche da chi non è esperto di sociologia.

  • Ricco di tabelle e statistiche.

Contro:

  • Non è un vero difetto, ma il fatto di essere datato 1993 significa non potere analizzare il periodo saliente della Lega come partito di governo a tutti gli effetti.

  • Sempre per il fatto di essere datato 1993, vuol dire non potere verificare nel corso degli anni l’ulteriore evoluzione del personale politico e dell’elettorato del partito.

Parole chiave: elettorato, comunicazione, personale politico

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“The Lega Nord and the contemporary politics in Italy” by Thomas Gold

22 maggio 2009

Fin dalla primo vero successo elettorale nel 1992, la Lega Nord ha destato l’interesse di studiosi e scienziati politici provenienti da diverse parti del mondo.

Negli anni, inglesi, francesi, tedeschi e americani sono venuti in Italia per capire le ragioni del successo di questo soggetto politico così diverso dai partiti tradizionali e soprattutto per capirne la costituzione, le origini e i motivi della sua esistenza.

Thomas Gold, docente di statunitense di scienze politiche presso la NY University [da controllare], è uno di questi e ci presenta un’analisi esaustiva e puntuale di tutti quei vizi insiti nello stato italiano iniziando l’argomentazione spiegando il modello amministrativo piemontese, in vigore in pieno ottocento, ereditato dalla tradizione napoleonica.

Un modello che, dopo l’unità nazionale, prevedeva un forte accentramento dei poteri nell’esecutivo regio, lasciando uno spazio d’azione nullo al governo locale che, di fatto, era prettamente simbolico.

L’autore spende molte parole sulla figura istituzionale del prefetto che non era un semplice rappresentante in loco del governo, bensì una sorta di sceriffo che verificava l’attuazione dei provvedimenti approvati dall’autorità piemontese.

Inoltre, aveva la facoltà anche di rimuovere in modo totalmente arbitrario le giunte comunali anche con il semplice sospetto di illecito o irregolarità.

Insomma, l’apparato amministrativo era un imponente moloch che non lasciava spazio all’autonomia locale e ignorava totalmente le tradizioni regionali in materia di leggi e governo.

Se al nord, la macchina piemontese non era vista di buon occhio, soprattutto in Veneto dove esisteva una storia di autonomia e di indipendenza in riferimento all’epoca delle repubbliche marinare, al sud era percepita come un’imposizione calata dall’alto: i Savoia erano dei governanti stranieri.

Gold è molto abile nel cogliere il senso “gattopardesco” della situazione meridionale: se con la dominazione borbonica le élite locali erano di fatto dei signorotti di stampo feudale, con l’unità e la costituzione del Regno d’Italia non si passò a un rinnovamento del sistema burocratico del sud, affetto da una totale mancanza di regole, ma una semplice cooptazione dall’alto dei dirigenti locali, con il fine di evitare spinte secessioniste e ed eventuali ribellioni.

Ribellioni che però si verificarono lo stesso a causa delle promesse non mantenute da Garibaldi in materia di redistribuzione delle terre ai contadini dopo la cacciata dei Borboni: infatti, tutto cambiò, perché nulla cambiasse!

Un’altra componente importante fu l’accentramento fiscale: i Savoia dovevano ripianare un ingente debito pubblico per gli sforzi bellici sostenuti, costruire nuove infrastrutture e modernizzare l’industria. Le casse del Banco di Napoli e del Banco di Sicilia furono letteralmente depredate per questo scopo.

Insomma, già da queste prime pagine il lettore rimane impressionato dal modo non proprio politicamente corretto in cui lo stato sabaudo si è comportato: bisognerebbe gridare “Torino ladrona!”, al posto del classico “Roma ladrona”.

L’argomentazione prosegue prendendo poi in esame le politiche adottate dai governi post-unitari fino al periodo fascista: la centralizzazione viene consolidata e a livello politico inizia una lenta e progressiva meridionalizzazione delle classi dirigenti. Precedentemente abbiamo visto come e perché è iniziato questo processo: da qui in poi, questa pratica subirà un costante consolidamento dato soprattutto dal fenomeno del clientelismo che raggiungerà l’apice nella seconda repubblica con il partito della Democrazia Cristiana al sud e, in misura comunque minore, del Partito Socialista al nord.

Clientelismo, corruzione, mafia: tutte costanti con le quali il neonato Regno d’Italia ha convissuto opponendo una timidissima resistenza, se non arrivando a una conclamata complicità reciproca.

In cinquant’anni di democrazia liberale, di immobilismo e di ignavia, i problemi del mezzogiorno assumeranno dimensioni sempre maggiori: la prima guerra mondiale metterà a soqquadro la politica italiana permettendo a Mussolini di prendere il potere, instaurare un regime e dichiarare “risolta” l’annosa questione meridionale, senza prendere alcun provvedimento effettivo per ridurre il divario con il nord moderno e industrializzato.

Sotto il regime fascista, non solo fu tolta quel minimo di autonomia simbolica che avevano allora le giunte comunali (prive di potere economico e decisionale), ma fu rimossa la figura del sindaco e sostituita da quella del podestà, ovviamente nominato da Roma.

In parole povere, vi fu un ulteriore accentramento che coinvolse non solo la burocrazia, ma anche tutto il settore dei servizi, dell’istruzione, della previdenza sociale, delle organizzazioni sindacali, delle attività ricreative ecc… Tutto doveva necessariamente fare riferimento al partito nazionale fascista, annullando qualsiasi iniziativa autonoma.

Il crollo dell’esperienza fascista e la fine del secondo conflitto mondiale portarono al ripristino di un’istituzione democratica che per più di quarant’anni avrebbe visto l’egemonia della Democrazia Cristiana sugli altri soggetti politici: il Partito Comunista non ebbe mai un esecutivo e il Partito Socialista iniziò la sua esperienza governativa solamente negli anni ottanta.

La carta costituzionale emanata nel 1948 prevedeva l’istituzione di regioni ordinarie. Però, ciò fu attuato solamente nel 1970, dando alle regioni strette facoltà decisionali vincolate ad ancora minori facoltà economiche.

In un primo momento la “balena bianca” era favorevole a un decentramento dei poteri, in linea con quanto affermato sui principi di sussidiarietà da parte di Don Luigi Sturzo, fondatore del Partito Popolare Italiano nel 1919, padre politico della Democrazia Cristiana.

Successivamente, però, cambiò bruscamente opinione per il timore di concedere eccessiva libertà d’azione a regioni dove la sub-cultura “rossa” era maggiormente radicata (Toscana ed Emilia Romagna) e incorrere quindi nel rischio di eventuali azioni eversive dannose per l’unità nazionale.

In questo passaggio, Thomas Gold denuncia il ruolo principale della Democrazia Cristiana nella cattiva gestione delle risorse italiane: clientelismo, voto di scambio, corruzione (il problema della Cassa del Mezzogiorno si commenta da sé) e soprattutto interventismo statale, un’abitudine avviata sotto le insegne del fascismo che ha trovato ottima accoglienza presso gli ambienti della prima repubblica.

Il boom economico dei primi anni sessanta durò poco ma permise all’Italia di entrare nel novero delle grandi potenze mondiali: in questo periodo si afferma il triangolo Torino-Milano-Genova, trainato dalle grandi industrie. Fiat, Pirelli e Olivetti furono alcuni dei protagonisti di questa crescita.

Per rivedere una situazione simile, bisognerà attendere circa vent’anni: l’affermazione della cosiddetta “Terza Italia”, la piccola-media impresa che costituisce la colonna vertebrale dell’economia del nord-est e della provincia settentrionale.

Ed è proprio qui che nasce il fenomeno Lega: una realtà politica che per imporsi ha saputo raccogliere l’insoddisfazione dei piccoli imprenditori, degli artigiani e di chi semplicemente sentiva sempre più lontana da sé la politica.

Gli anni del rapido declino della prima repubblica vedono il partito di Umberto Bossi conquistare sempre più spazio grazie a una sapiente gestione della comunicazione politica: infatti, la Lega si presenta come un partito anti-sistema, un partito “anti-partiti”: nell’accezione di partito contro i partiti tradizionali, accusati di essersi spartiti le risorse economiche dello stato a danno del nord. Infatti, in quegli anni ebbe molto successo un manifesto in cui viene raffigurata una matrona romana che raccoglie un uovo d’oro frutto del lavoro di una “gallina lombarda”.

La proposta politica leghista, ieri come oggi, è incentrata su una domanda di maggiore autonomia e indipendenza nella gestione delle risorse economiche e decisionali, per evitare sprechi e porre fine all’assistenzialismo a favore del sud.

Il successo elettorale del 1992 e il successivo scandalo di “Mani pulite” permisero alla creatura bossiana di entrare stabilmente nel teatro politico nazionale da protagonisti, fino alla salita al governo nel 1994 accanto a Forza Italia e Alleanza Nazionale.

Sfiduciando il governo in materia di riforma pensionistica nel dicembre del 1994, la Lega tornò tra le file dell’opposizione, iniziando una fase movimentistica che perdurò fino al 1999, anno in cui si verificò l’effettivo ritorno tra le file degli alleati di Berlusconi.

In questo periodo di cinque anni, il partito si è posto nei confronti dei mass media secondo modalità fino a quel momento inedite per il panorama politico italiano: un’iniziativa come la marcia sul Po del 1996, ricordata per la celebre “dichiarazione di Indipendenza della Padania”, è rimasta nella memoria giornalistica nazionale come un evento che minacciava l’unità nazionale e creava pericoli di ribellione, nonostante tutte le testate straniere avessero osservato che gli umori di quel momento erano più affini a una festa di paese, con migliaia di bandiere verdi, gadget e souvenir della Padania, salamelle e lambrusco. Insomma, ben poco a che vedere con un’insurrezione popolare!

Nel citare il governo provvisorio della Padania e il Parlamento del Nord, vengono ricordate le Camicie Verdi, il servizio d’ordine del partito che negli anni a seguire avrebbe avuto diversi problemi giudiziari (banda armata, attività sovversiva). Nel 2002, alcuni deputati di Alleanza Nazionale (quindi ex MSI) denunciarono Umberto Bossi per “tentata ricostituzione del Partito Fascista”, la cosiddetta Legge Scelba: la cosa potrebbe suonare con una certa ironia!

Gold, inoltre, denota come in questo periodo, la seconda metà degli anni novanta, la Lega abbia compiuto una decisa svolta a destra: la leadership fortemente accentrata e indiscutibile che ha politicamente eliminato ogni possibile concorrente per la conduzione del partito, il governo provvisorio della Padania, il parlamento del Nord, le Camicie Verdi e l’episodio dei Serenissimi (nella primavera del 1997, un commando di otto uomini occupò simbolicamente il campanile di piazza San Marco, rivendicando l’indipendenza della Repubblica Veneta) inducono l’autore a bollare la Lega come un partito populista di estrema destra. A mio avviso, questa è una conclusione frettolosa e poco approfondita: infatti, Thomas Gold nella sua analisi ha completamente ignorato il fatto che, durante il quinquennio di opposizione, prima di accasarsi nuovamente con Berlusconi, avesse flirtato in più di un occasione con il centro-sinistra, partecipando attivamente alle “Feste de L’Unità”.

Inoltre, Gold trascura la questione delle alleanze a livello locale: infatti, nell’arco degli anni novanta, la Lega ha trovato diversi piani di intesa con il centro-sinistra, andando così controcorrente rispetto alla politica nazionale. A Pontoglio, provincia di Brescia, e in comuni importanti come Monza e Varese si sono avute giunte “verdi” sostenute da un supporto “rosso”.

Nelle battute conclusive, l’autore cita alcuni tentativi di riforma federalista fatti alla fine degli anni novanta: giudica positivamente l’istituzione dell’Imposta Regionale delle Attività Produttive, elencandone alcuni aspetti, senza però riportare le numerose critiche piovute su questa “impos-tassa”, come l’ha definita Riccardo Illy.

Quello che traspare in queste ultime pagine è una certa fretta di concludere che va a danneggiare in modo rilevante la resa complessiva di questo saggio che, per il resto, si rivela efficace nel ricordare “una storia italiana” che spesso e volentieri viene ignorata e dimenticata.

In breve: Con questo saggio, Thomas Gold è estremamente capace nel mettere in risalto i vizi e le disfunzioni storiche italiane che consentono la costituzione di un malessere settentrionale raccolto e interpretato dalla Lega Nord. Tuttavia, nelle ultimissime pagine l’autore trascura fatti e aspetti a mio avviso fondamentali per una completa decifrazione del partito. Ciò potrebbe portare il lettore meno esperto e informato a farsi un’idea fuorviante e parzialmente distorta del partito.

Pro:

  • Efficace nel riportare la storia burocratica e amministrativa italiana.

  • L’autore si concentra sui nostri vizi nazionali, dipingendo un ritratto che si commenta da solo.

  • Il libro è scritto in Inglese: quindi, per il lettore è un’ottima opportunità per migliorare questa lingua straniera.

Contro:

  • Sbrigativo e raffazzonato nel concludere l’argomentazione.

  • Nelle pagine finali, l’autore ignora alcuni aspetti fondamentali per formulare un’interpretazione completa della Lega Nord.

  • Il libro è scritto in Inglese: quindi, se il lettore è pigro o poco avvezzo alla lingua d’Albione avrà non poche difficoltà.

Parole chiave: Centralization (centralizzazione), Christian Democrats (Democrazia Cristiana), Northern and Southern Question (Questione settentrionale e meridionale)


“La secessione leggera” di Paolo Rumiz

21 maggio 2009

Non è uno studioso di scienze sociali né un antropologo, ma Paolo Rumiz, inviato speciale de “La Repubblica”, con questo suo reportage giornalistico riesce a cogliere peculiarità e sottigliezze del micro (o macro?) cosmo del nord, laboratorio politico del successo elettorale della Lega.

Successo che non è solamente ascrivibile a un certo tipo di argomentazioni politiche o solamente al modo di porsi con il pubblico e i mass media.

Questo successo pone le prime radici in quelle province che l’autore definisce “tristi”: un aggettivo azzeccato per definire un microclima di sentimenti offerto dagli abitanti e da quei piccoli centri urbani o villaggi, di quelle località dove, gergalmente parlando, è sorta la SME, la small-medium enterprise, la piccola media impresa tipica del nord-est esplosa nella seconda metà degli anni settata.

Villaggi in cui, nello stesso istante, il tempo sembra essersi fermato e avere subito una poderosa accelerazione in avanti. Fermato, perché vi sono ancora quei luoghi di ritrovo tipici di una volta, come l’osteria, la “locanda”, in cui è possibile creare una memoria, un retroterra comune agli abitanti del luogo, e, soprattutto, costruire un muro di separazione altamente identitario.

I burocrati provenienti dalle altre regioni non capiranno mai le richieste e i problemi che colpiscono quel luogo; il giornalista che viene da fuori non comprenderà mai la situazione reale.

Sono questi i pensieri che albergano, infatti, nelle teste di chi vive in questi paesi.

Paesi che producono un modo tutto loro di concepire la cultura, di creare modalità uniche e originali nell’intendere la società. Infatti, solo in una cittadina con le caratteristiche di Conselve, una terra segnata dalla fatica e dal duro lavoro, potevano trovare i natali i “Serenissimi”, ovvero quel commando di otto uomini che la sera del 9 Maggio 1997 presero possesso del campanile di Piazza San Marco, a Venezia. Il loro obiettivo era quello di raggiungere una conquista simbolica, di permettere a quella costellazione di campanili dell’entroterra veneto di prendere possesso del campanile per eccellenza, di quello che si vede anche da diversi chilometri di distanza, di quello che rappresenta il grande centro urbano incapace di recepire le intenzioni della maledetta piccola provincia, portatrice di un malessere da troppo tempo inascoltato.

Se il tempo, in luoghi come questi sembra essersi fermato, contemporaneamente ha subito una brusca accelerazione per le sfide lanciate dal mondo esterno, la globalizzazione, il rimpicciolimento del mondo causato dai nuovi mezzi di comunicazione: nella piccola impresa emerge quindi una mentalità liberista con polenta e cipolle, indubbiamente propensa all’iniziativa, ma terribilmente spaventata dalle minacce che vengono dalla concorrenza posta al di là delle Alpi e dell’Adriatico. Insomma, un soggetto agguerrito desideroso di sfruttare i guadagni derivanti dalla suddetta globalizzazione, ma terrorizzato dai rischi e dai pericoli che comporta, come appunto la perdita di identità e lo spaesamento dettato da questo repentino e improvviso cambiamento verificatosi in così pochi anni.

Perdita di identità che consente a soggetti capaci e carismatici, esattamente come Umberto Bossi, di creare un mito nuovo e sostitutivo di quanto si è andato via via perdendo. Non importa se sia vero o falso, basta che rappresenti un mondo vicino al proprio modo di sentire e di essere.

È qui che l’autore cita una ricerca ormai diventata celebre nei vari studi fatti sul nord e sulla Lega: l’Aaster di Aldo Bonomi nel 1992 rivelò un dato curioso. Nelle province ad altissima maggioranza leghista di Bergamo e Lecco, la figura istituzionale del bibliotecario risulta essere quella più odiata. Perché? Il bibliotecario “è uno statale, un intellettuale, un parassita improduttivo”. In quanto intellettuale, è una persona capace di smontare il mito pezzo per pezzo. Il mito non è compatibile con l’ironia e l’autocritica. La mitopoiesi, ovvero la produzione del mito, viene definita come un processo delicato e chi la tocca commette un grave peccato di blasfemia. La critica chirurgica blocca questi processi di risacralizzazione della vita, annulla queste scorciatoie identitarie, queste euristiche votate a una riproduzione di pensiero e tradizione.

Quando sul libro ho affrontato questo passaggio mi è venuto da sorridere perché mi sono reso conto di quanto tutto ciò sia effettivamente vero. Mi è capitato, infatti, più volte di confrontarmi con elettori o simpatizzanti della Lega: proprio nel momento in cui evidenziavo certe contraddizioni del pensiero leghista, in cui analizzavo particolari lacune argomentative o presentavo il curriculum giudiziario di alcune personalità di spicco del partito (che inevitabilmente andava a cozzare con le linee generali del movimento), il mio interlocutore si trovava spesso e volentieri in difficoltà, incapace di controbattere, in profondo conflitto. La cosa che di loro ricordo di più era l’espressione del viso: delusa, affranta, sconfortata. Più o meno come quando a un bambino riveli l’inaspettata e “impossibile” inesistenza di Babbo Natale, in cui il fatto di crederci totalmente va inevitabilmente a scontrarsi con la realtà dei fatti creando quella che in psicologia viene definita dissonanza cognitiva.

L’autore presenta diversi casi e aneddoti in cui il filo conduttore è praticamente sempre lo stesso: vi sono fatti, problemi locali che esigono una soluzione che però non viene trovata dall’autorità centrale o per ignavia burocratica o più che altro per questioni comunicative, di differenza di linguaggi. Questa situazione porta allora i locali ad arrangiarsi, a fare come si può, a prendere l’iniziativa autonomamente che, però, non sempre sortisce gli effetti desiderati.

Il viaggio di Rumiz si legge molto facilmente, presenta significati spaccati di vita quotidiana settentrionale e mette a confronto realtà diverse come quella Lombardo-Veneta e quella Emiliana per capire come mai la Lega in certi ambienti la Lega riesca ad attecchire e in altri no. Ma considerando il fatto che questo lavoro è stato realizzato nel 1998, è d’obbligo notare come oggi le cose, e ciò è sotto gli occhi di tutti, siano sensibilmente mutate: il movimento di Bossi sta prendendo piede anche in quelle regioni considerate tradizionalmente rosse, i “barbari” del nord stanno iniziando a mietere i primi importanti successi anche nella civilissima Emilia-Romagna.

Insomma, andando al di là dell’attuale crisi economica, nelle terre al di qua del Po inizia a prendere forma un prototipo di malessere?

Il governato si sente sempre più lontano dal governante?

La distanza tra i due si è fatta incolmabile?

Se nel 1997, in una città come Modena era impensabile un atto dimostrativo e simbolico come quello dei Serenissimi di Venezia, oggi sarebbe possibile una presa della Torre Ghirlandina da parte di un ipotetico commando locale desideroso di ridare la propria città ai suoi abitanti?

In breve: “La secessione leggera” è un reportage ricco di informazioni e aneddoti, capace di fornire tutto quel materiale qualitativo di racconti e narrazioni che la ricerca statistica quantitativa non è in grado di offrire. Talvolta risulta un po’ dispersivo, ma l’autore riesce a mantenere le redini del discorso e offrire un ottimo prodotto.

Pro:

  • Molti fatti, molti episodi insoliti e caratteristici utili per capire i tratti distintivi del nord.

  • Numerose interviste che consentono al lettore di immedesimarsi nel giornalista e di sentirsi nel vivo dell’azione.

Contro:

  • Unico piccolo difetto è quello di essere leggermente dispersivo in alcuni passaggi, ma è un neo trascurabile che non intacca la qualità del libro.


Così perdiamo il nord!

6 aprile 2009

“Così perdiamo il nord!” di Riccardo Illy

Così perdiamo il nord! È questo il grido di dolore lanciato da Riccardo Illy, ex presidente della regione Friuli Venezia Giulia con una coalizione di centro-sinistra e presidente di una delle aziende italiane più conosciute all’estero, la Illy Caffè.

Con uno stile graffiante e deciso, con una scrittura rapida e priva di fronzoli, l’autore dipinge un ritratto quasi impietoso della situazione italiana, denunciando gli effettivi vantaggi economici e sociali per il nord derivanti da una ipotetica secessione dal resto dell’Italia. Illy coinvolge il lettore nella sua opera proponendo diversi esempi di come il resto dell’Europa (anche i paesi emergenti dell’est) stia effettivamente muovendosi a velocità doppia rispetto al Belpaese, impantanato nei meandri di una burocrazia elefantiaca, ostacolato dalla mancanza di infrastrutture, telecomunicazioni e soprattutto rallentato enormemente dalla classe politica.

Tutto ciò, nel nord, non può che portare un drastico calo della fiducia nelle istituzioni da parte dei cittadini, conducendoli a uno stato di rassegnazione anziché di rivolta. L’intelligenza dell’autore non sta solo nell’osservare il comportamento errato del centro-sinistra nel rapportarsi con la Lega: infatti, non serve a nulla delegittimare moralmente l’avversario “verde”, squalificandolo e ignorando le sue istanze. Anche perché, così facendo, si ottiene il risultato esattamente opposto e le ultime consultazioni elettorali sono state una dimostrazione esemplare di tutto ciò. L’intelligenza dell’autore sta anche nel riconoscere che il federalismo, un tema rilevante nel dibattito politico, non debba essere patrimonio di un solo di un solo partito, bensì di tutti i partiti coinvolti nella gestione del paese.

Riccardo Illy propone il federalismo come soluzione di questi annosi problemi, con un equilibrio tra pubblico e privato nella gestione dei servizi da offrire al cittadino, con il fine di responsabilizzare le élite locali e avvicinare la politica al territorio. Acuta è la critica avanzata all’IRAP, l’Imposta Regionale sulle Attività Produttive: questa viene calcolata sul reddito, sul costo del lavoro e sugli interessi. Tre voci che non hanno alcuna correlazione tra loro. L’IRAP serve a finanziare in parte il sistema sanitario regionale che eroga a tutti lo stesso servizio mentre, allo stesso tempo, le aziende con più più utili e volumi di impresa versano somme maggiori rispetto a quelle più piccole per ottenere la medesima prestazione. In parole povere, vi sono soggetti che pagano IRAP di entità diverse per avere in ritorno la stessa quantità di servizi.

Un’altra proposta di Illy sarebbe, quindi, quella di rivedere il sistema fiscale, riorganizzando la tassazione e affidare il sistema alle regioni, poiché, adesso come adesso, agli enti locali vengono solamente lasciate le briciole. Fisco che non può che legarsi con la previdenza sociale che ha l’assoluta necessità di essere riformata nel più breve tempo possibile pena il collasso totale dell’INPS e la morte del sistema pensionistico italiano: infatti, i baby-pensionati degli anni ottanta e il matrimonio tra previdenza e assistenza sociale, stanno diventando un peso sempre più oneroso nelle buste paga degli italiani che, di mano in mano, si vedono la busta paga sempre più alleggerita. Nel passaggio successivo, vi è l’unico neo dell’argomentazione di Illy: l’autore osserva come l’allungamento della vita attesa abbia portato anche al prolungarsi dei tempi di permanenza in famiglia dei giovani. L’autore attacca i giovani che “preferiscono oggi rimanere disoccupati piuttosto che cercare un impiego non corrispondente alle loro aspettative ma capace di garantire un’autonomia finanziaria e logistica”. Insomma, Illy si schiera accanto a Padoa Schioppa nel criticare la “generazione dei bamboccioni”, criticando i giovani, poiché poco dinamici e restii a prendere l’iniziativa. Per rafforzare la sua posizione, l’autore cita l’aneddoto di un incontro fatto negli Stati Uniti con un giovane architetto che temporaneamente lavorava come barista.

Personalmente, queste ultime chiacchiere lasciano il tempo che trovano. Da una settimana ho iniziato a leggere un libro molto interessante intitolato “La fuga dei talenti” di Stefano Nava, in cui si raccontano le storie di professionisti e giovani talenti sfornati dalle università nostrane che, non avendo trovato opportunità in Italia a causa della mancanza di meritocrazia e dell’incontrastabile dominio della prassi della raccomandazione, si sono visti costretti a emigrare all’estero. Medici, ricercatori, artisti e giovani imprenditori che, per colpa di un sistema malato (a mio avviso, in modo irreversibile) hanno dovuto fare le valige per potere affermarsi. Allora io chiedo a Illy: in Italia, considerando anche il contesto sociale completamente diverso da quello statunitense e, più generalmente, europeo, come può un talentuoso neolaureato fare esperienza, crearsi un curriculum in un campo che non ha nulla a che spartire con il suo campo di studi? Ipoteticamente parlando, se un giovane seguisse i consigli di Illy e al termine di questo periodo di transizione, più o meno lungo, riuscisse ad ottenere un colloquio di lavoro per un incarico attinente al suo corso di studi, quale appetibilità potrebbe avere il suo curriculum, non avendo per l’appunto esperienza nel suo campo di competenza? La mia opinione è che il problema stia in realtà a monte: in Italia non vi è il coraggio di investire sui giovani, non si sa osare e nel corso degli è andato a instaurarsi un sistema gerontocratico altamente nocivo per il sistema paese. Un esempio lampante è dato dalle offerte di lavoro presenti su qualsiasi quotidiano: al candidato si richiede sempre un certo livello di esperienza nel settore, però sono davvero pochi i casi in cui vi sia qualche soggetto disposto a consentire la creazione di questa esperienza. Unico punto debole del pensiero di Illy è quindi il tema dei giovani, accusati di essere nella maggioranza dei casi degli “scaldatori di banchi universitari” (virgolettato mio) in attesa del posto di lavoro fisso. Senza adeguate politiche giovanili, incentivando le aziende a investire sulle nuove leve, sulle nuove idee, allora sì che si rischia davvero di perdere il nord. E forse anche l’Italia.

In breve:

In questo suo saggio,Riccardo Illy non le manda di certo a dire: con grande acutezza spazza via tutte le ragnatele che ostacolano l’ingranaggio produttivo del nord, proponendo diverse soluzioni a livello politico, economico e legislativo. Dopo questa lettura, si può tranquillamente affermare che se nel centro-sinistra vi fossero più persone con il suo ingegno e la sua freschezza intellettuale, la Lega Nord avrebbe molte più difficoltà a imporsi.

Pro:

  • Veloce e privo di orpelli stilistici: il libro si legge molto facilmente.

  • Vengono proposte diverse soluzioni pratiche ai problemi del nord.

  • Si rapporta con la Lega Nord senza pregiudizi ma con grande sincerità.

Contro:

  • A mio avviso, è totalmente errata l’interpretazione della situazione in cui sono immersi i giovani d’oggi, visti per lo più come soggetti in perenne attesa del posto fisso. Mancano proposte concrete a livello di politiche giovanili, incentivi e rinnovamento del sistema accademico.

Parole chiave: federalismo, fisco, infrastrutture.


Modernità e secessione: le scienze sociali e il discorso politico della Lega Nord

16 marzo 2009

Per motivi di studio (Tesina di laurea? Futuro lavoro giornalistico? Chissà che cosa), in questo periodo sto leggendo libri che trattano della Lega Nord. Ho compilato una bibliografia in cui sono presenti sia una produzione di tipo scientifica (opere di sociologi e accademici), sia una di tipo giornalistico (reportage, testimonianze e altri saggi).

Per tenere in ordine il lavoro svolto, ho deciso quindi di realizzare una recensione per ogni libro letto.

Modernità e secessione: le scienze sociali e il discorso politico della Lega Nord.

Michel Huysseune

Sono andato da Feltrinelli a ritirare questo libro con aspettative molto alte.

Volevo un testo capace di sezionare l’impianto politico della Lega Nord usando come coltello le scienze sociali, l’analisi storica ed economica.

Volevo uno strumento non convenzionale in aiuto alla mia ricerca, volevo essere sorpreso e colto alla sprovvista.

Dopo averlo letto, “Modernità e secessione” di Huysseune riesce in ottima parte a soddisfare le mie esigenze e, soprattutto, la mia famelica curiosità.

Offrendo al lettore l’armamentario di conoscenze di base necessarie per affrontare una materia tutt’altro che semplice, il docente di Scienze politiche dell’Università di Bruxelles vuole che il suo compagno di viaggio in questa analisi sia capace di superare le sfide che gli porranno sul percorso di analisi e comprensione del fenomeno leghista.

Quindi si inizierà con l’enunciazione di schemi di nozioni fondamentali, fornendo alcune interpretazioni del discorso della modernità, il relativo processo di modernizzazione e alcune riflessioni sulla metodologia di lavoro.

Huysseune riesce a tenere saldamente legate le fila del discorso, evitando dispersioni e perdite di tempo: quanto formulato nel primo capitolo sarà utilissimo nell’analisi nello specifico del caso italiano, della sua modernizzazione incompleta. “Incompleta” nel senso che a un’evidente e indiscutibile evoluzione economica nel corso del ventesimo secolo, non è corrisposta un’evoluzione di tipo sociale e culturale.

Viene proposto un rapido excursus dell’indagine italiana sull’annosa questione meridionale, partendo dalle “Lettere meridionali” di Pasquale Villari, l’inchiesta Franchetti-Sonnino, passando attraverso le discutibili tesi tendenzialmente razziste del Niceforo, giungendo fino alla più recente ricerca operata dalla rivista Meridiana, specializzata nello studio del mezzogiorno.

L’autore prende in esame diverse possibili cause della modernizzazione incompleta: la precedente amministrazione borbonica del meridione, il clientelismo di quelle élite locali, il particolarismo (la precedenza dell’interesse privato su quello pubblico), il tradizionalismo cattolico, in contrapposizione all’intraprendenza e all’alto livello di modernizzazione raggiunto nelle aree ad alta presenza protestante, e la mancanza di identità nazionale.

Su questo ultimo punto ritengo opportuno soffermarmi: se Huysseune ci indica i limiti e i modi con cui è stata portata termine l’unità nazionale, è anche vero che riserva poco spazio a un punto fondamentale del codice genetico italiano: la memoria frantumata lasciata dalla seconda guerra mondiale, la contrapposizione tra fascismo e resistenza. Uno scotto che tutt’ora non si è riusciti a pagare nella sua totalità.

In queste condizioni si è così in grado di prendere in esame nel dettaglio il sentiero di evoluzione politica che ha tenuto l’Italia nella sua storia, quello che nelle scienze sociali viene definito Sonderweg, osservando alcune peculiarità come il vizio del familismo, la cultura civica italiana e il suo capitale sociale, la “Terza Italia”, quell’area del nord-est dove a partire dagli anni ’70 si è verificato il boom della piccola e media impresa, la vera spina dorsale del nostro paese.

La successiva visione delle rappresentazioni dell’Italia settentrionale e meridionale funge da antipasto all’analisi vera e propria del discorso politico della Lega Nord: infatti, in questo capitolo vengono sfatati stereotipi e luoghi comuni a proposito di queste due macroregioni: vengono smontate le tesi di un nord idilliaco e perfetto, per presentarne un quadro più problematico e sfaccettato, dove il tessuto sociale non è così coeso come sembra. Il sud, invece, viene in parte riabilitato, evidenziando come la sua immagine sia in buona parte viziata da una precedente tradizione sociologica pesantemente influenzata dal pregiudizio. Interessante è il punto in cui si medita di reinventare il concetto stesso di modernità in rapporto con il meridione, che, per le diverse radici storiche, civiche e culturali si discosta dal retroterra culturale del nord.

Le ultime cento pagine del libro sono poi dedicate al discorso politico della Lega, alle sue proposte di riforme istituzionali e ai discorsi anti-secessionisti in reazione a quelli del partito di Bossi.

Personalmente, sono giunto a questo punto dell’argomentazione con attese di un certo tipo: dopo un’indagine fino a questo momento così accurata e puntuale, in quest’ultimo passaggio l’autore sembra mancare un po’ della sua brillantezza e incisività: vengono sì delineati l’impianto programmatico leghista (con un occhio di riguardo per il suo eclettismo ideologico), la critica allo stato italiano, il concetto di identità padana e Pontida. Però mancano quella precisione e quell’approfondimento che erano presenti invece nelle precedenti duecento pagine.

Nell’ultimo capitolo, dedicato ai discorsi anti-secessionisti, ci si rende conto di come il più sia già stato detto. Quindi, si procede a una semplice chiusura degli argomenti lasciati precedentemente in sospeso, osservando i limiti dell’ipotesi secessionista leghista, ormai definitivamente abbandonata dal partito.

In breve:

Questo libro offre un’accurata analisi di ciò che sta dietro alla Lega in merito alle teorie di interpretazione della modernità e dell’evoluzione politica italiana, fornendo al lettore diversi spunti di riflessione soprattutto sul modo di vivere il suo paese, nel bene e nel male.

Nonostante alcuni difetti, è un’opera completa e stimolante.

Pro:

  • Generalmente dettagliato, preciso e approfondito.

  • Nonostante l’argomento sia ostico, il ritmo riesce ad essere sostenuto evitando così una noia nociva per la comprensione dell’argomento.

Contro:

  • Meno curato degli altri è il capitolo dedicato alla Lega Nord: essendo il libro incentrato sul discorso politico di questo partito, forse era lecito aspettarsi qualcosa di più.

  • Le ultime cento pagine perdono gradualmente di incisività e vanno a inficiare l’ottima qualità generale dell’opera.

Parole chiave: modernizzazione, meridionalismo, sonderweg

Voto: 7,5