Così perdiamo il nord!

6 aprile 2009

“Così perdiamo il nord!” di Riccardo Illy

Così perdiamo il nord! È questo il grido di dolore lanciato da Riccardo Illy, ex presidente della regione Friuli Venezia Giulia con una coalizione di centro-sinistra e presidente di una delle aziende italiane più conosciute all’estero, la Illy Caffè.

Con uno stile graffiante e deciso, con una scrittura rapida e priva di fronzoli, l’autore dipinge un ritratto quasi impietoso della situazione italiana, denunciando gli effettivi vantaggi economici e sociali per il nord derivanti da una ipotetica secessione dal resto dell’Italia. Illy coinvolge il lettore nella sua opera proponendo diversi esempi di come il resto dell’Europa (anche i paesi emergenti dell’est) stia effettivamente muovendosi a velocità doppia rispetto al Belpaese, impantanato nei meandri di una burocrazia elefantiaca, ostacolato dalla mancanza di infrastrutture, telecomunicazioni e soprattutto rallentato enormemente dalla classe politica.

Tutto ciò, nel nord, non può che portare un drastico calo della fiducia nelle istituzioni da parte dei cittadini, conducendoli a uno stato di rassegnazione anziché di rivolta. L’intelligenza dell’autore non sta solo nell’osservare il comportamento errato del centro-sinistra nel rapportarsi con la Lega: infatti, non serve a nulla delegittimare moralmente l’avversario “verde”, squalificandolo e ignorando le sue istanze. Anche perché, così facendo, si ottiene il risultato esattamente opposto e le ultime consultazioni elettorali sono state una dimostrazione esemplare di tutto ciò. L’intelligenza dell’autore sta anche nel riconoscere che il federalismo, un tema rilevante nel dibattito politico, non debba essere patrimonio di un solo di un solo partito, bensì di tutti i partiti coinvolti nella gestione del paese.

Riccardo Illy propone il federalismo come soluzione di questi annosi problemi, con un equilibrio tra pubblico e privato nella gestione dei servizi da offrire al cittadino, con il fine di responsabilizzare le élite locali e avvicinare la politica al territorio. Acuta è la critica avanzata all’IRAP, l’Imposta Regionale sulle Attività Produttive: questa viene calcolata sul reddito, sul costo del lavoro e sugli interessi. Tre voci che non hanno alcuna correlazione tra loro. L’IRAP serve a finanziare in parte il sistema sanitario regionale che eroga a tutti lo stesso servizio mentre, allo stesso tempo, le aziende con più più utili e volumi di impresa versano somme maggiori rispetto a quelle più piccole per ottenere la medesima prestazione. In parole povere, vi sono soggetti che pagano IRAP di entità diverse per avere in ritorno la stessa quantità di servizi.

Un’altra proposta di Illy sarebbe, quindi, quella di rivedere il sistema fiscale, riorganizzando la tassazione e affidare il sistema alle regioni, poiché, adesso come adesso, agli enti locali vengono solamente lasciate le briciole. Fisco che non può che legarsi con la previdenza sociale che ha l’assoluta necessità di essere riformata nel più breve tempo possibile pena il collasso totale dell’INPS e la morte del sistema pensionistico italiano: infatti, i baby-pensionati degli anni ottanta e il matrimonio tra previdenza e assistenza sociale, stanno diventando un peso sempre più oneroso nelle buste paga degli italiani che, di mano in mano, si vedono la busta paga sempre più alleggerita. Nel passaggio successivo, vi è l’unico neo dell’argomentazione di Illy: l’autore osserva come l’allungamento della vita attesa abbia portato anche al prolungarsi dei tempi di permanenza in famiglia dei giovani. L’autore attacca i giovani che “preferiscono oggi rimanere disoccupati piuttosto che cercare un impiego non corrispondente alle loro aspettative ma capace di garantire un’autonomia finanziaria e logistica”. Insomma, Illy si schiera accanto a Padoa Schioppa nel criticare la “generazione dei bamboccioni”, criticando i giovani, poiché poco dinamici e restii a prendere l’iniziativa. Per rafforzare la sua posizione, l’autore cita l’aneddoto di un incontro fatto negli Stati Uniti con un giovane architetto che temporaneamente lavorava come barista.

Personalmente, queste ultime chiacchiere lasciano il tempo che trovano. Da una settimana ho iniziato a leggere un libro molto interessante intitolato “La fuga dei talenti” di Stefano Nava, in cui si raccontano le storie di professionisti e giovani talenti sfornati dalle università nostrane che, non avendo trovato opportunità in Italia a causa della mancanza di meritocrazia e dell’incontrastabile dominio della prassi della raccomandazione, si sono visti costretti a emigrare all’estero. Medici, ricercatori, artisti e giovani imprenditori che, per colpa di un sistema malato (a mio avviso, in modo irreversibile) hanno dovuto fare le valige per potere affermarsi. Allora io chiedo a Illy: in Italia, considerando anche il contesto sociale completamente diverso da quello statunitense e, più generalmente, europeo, come può un talentuoso neolaureato fare esperienza, crearsi un curriculum in un campo che non ha nulla a che spartire con il suo campo di studi? Ipoteticamente parlando, se un giovane seguisse i consigli di Illy e al termine di questo periodo di transizione, più o meno lungo, riuscisse ad ottenere un colloquio di lavoro per un incarico attinente al suo corso di studi, quale appetibilità potrebbe avere il suo curriculum, non avendo per l’appunto esperienza nel suo campo di competenza? La mia opinione è che il problema stia in realtà a monte: in Italia non vi è il coraggio di investire sui giovani, non si sa osare e nel corso degli è andato a instaurarsi un sistema gerontocratico altamente nocivo per il sistema paese. Un esempio lampante è dato dalle offerte di lavoro presenti su qualsiasi quotidiano: al candidato si richiede sempre un certo livello di esperienza nel settore, però sono davvero pochi i casi in cui vi sia qualche soggetto disposto a consentire la creazione di questa esperienza. Unico punto debole del pensiero di Illy è quindi il tema dei giovani, accusati di essere nella maggioranza dei casi degli “scaldatori di banchi universitari” (virgolettato mio) in attesa del posto di lavoro fisso. Senza adeguate politiche giovanili, incentivando le aziende a investire sulle nuove leve, sulle nuove idee, allora sì che si rischia davvero di perdere il nord. E forse anche l’Italia.

In breve:

In questo suo saggio,Riccardo Illy non le manda di certo a dire: con grande acutezza spazza via tutte le ragnatele che ostacolano l’ingranaggio produttivo del nord, proponendo diverse soluzioni a livello politico, economico e legislativo. Dopo questa lettura, si può tranquillamente affermare che se nel centro-sinistra vi fossero più persone con il suo ingegno e la sua freschezza intellettuale, la Lega Nord avrebbe molte più difficoltà a imporsi.

Pro:

  • Veloce e privo di orpelli stilistici: il libro si legge molto facilmente.

  • Vengono proposte diverse soluzioni pratiche ai problemi del nord.

  • Si rapporta con la Lega Nord senza pregiudizi ma con grande sincerità.

Contro:

  • A mio avviso, è totalmente errata l’interpretazione della situazione in cui sono immersi i giovani d’oggi, visti per lo più come soggetti in perenne attesa del posto fisso. Mancano proposte concrete a livello di politiche giovanili, incentivi e rinnovamento del sistema accademico.

Parole chiave: federalismo, fisco, infrastrutture.


Mamma mia che ragionamenti!

31 marzo 2009

Era sabato sera, non avevo voglia di fare nulla di spettacolare, eccessivo e degradante per lo spirito e il corpo. Quindi ho fatto un salto al Central Park, il bar del Parco della Repubblica che, guarda a caso, si trova praticamente di fianco casa mia. Non sono andato là senza motivo apparente, anche perché il locale in sé non è che mi abbia mai attirato più di tanto, ma perché suonavano quegli sciagurati di Magreta dei Batmen Blues.

Serata ottima per farsi un paio di Montenegro a buon prezzo, fare due gag con la sassofonista (che tanto non accetterà mai e poi mai di uscire con me, esattamente come la sorella maggiore del chitarrista) e fare qualche discorso serio, rullo di tamburi, con il buon vecchio Fabio, cosa più unica che rara. Non tanto perché il buon vecchio Fabio sia una persona poco seria o sprovveduta, bensì perché è sempre impegnato con la morosa.

Lascio al lettore il compito di interpretare quest’ultimo inciso. Insomma, non è facilissimo beccarlo in giro se non per le partite di calcetto di campionato durante la settimana.

Il discorso partiva dall’incontro che avevo fatto poche ore prima con Davide Dotti, responsabile MGP Modena (ne ho parlato nel post precedente), per poi arrivare a qualcosa di più generale sui partiti e la democrazia in Italia ed è stato proprio in quel momento che mi è scattata una perla che, dopo diversi giorni, mi stupisce il fatto che sia uscita dalla mia bocca.

Si stava parlando del PD, della grande fondazione del PDL, della Lega e tutto il resto…

Perché vedi, Fabio, in Italia abbiamo una democrazia “fast-food”. Noi, quando andiamo a votare crediamo di andare a esercitare un diritto imprescindibile per uno stato, per l’appunto, democratico. Invece, andiamo solamente ad usufruire di un prodotto pre-confenzionato, esattamente come un hamburger dal McDonald. In Italia non esistono PD ne PDL, ma solo due élite di potere che vanno avanti scambiandosi favori politici ed economici a livello locale (e non solo, nda) sulla logica del “do ut des”. Quello che si vede a livello nazionale è solo una messa in scena, fatta per dare un minimo di parvenza di lotta politica. Giovedì sera, ad Annozero, c’era un giornalista de La Stampa di Torino che denunciava come in Liguria la giunta regionale Burlando (PD) e i comuni di destra e di sinistra si fossero messi d’accordo per avviare la cementificazione, praticamente distruggendo il territorio. In studio, Maurizio Lupi (PDL) e Daniela Santanché (ex AN, ex  Storace, ormai nuovamente in quota berlusconiana) hanno reagito in un modo che mi ha fatto letteralmente cascare le braccia. Lupi protestava vibratamente perché “i giornalisti vedono sempre nero e devono sempre cassare la libera iniziativa personale”, senza presentare alcuna prova per replicare alle affermazioni del giornalista. Questo per dirti, Fabio, della distanza che c’è tra noi e loro. L’involuzione democratica del nostro paese si è avviata da diversi anni e ormai è diventata inarrestabile, di fatto irreversibile.

Profondamente preoccupato per tutto ciò, ho concluso questa orazione degna del migliore Cicerone (ma anche no) o di un Giovanni Sartori sotto gli effetti di una miscela esplosiva di alcool e nesquick scaduto. Successivamente, l’attenzione mia e di Fabio è stata attirata dalle chitarre “sostitutive” della band, una Epiphone e una Squire.

Il primo chitarrista è poi tornato in sala per smontare l’attrezzatura della band e in quel momento ho espresso il mio disappunto per l’assenza di sua sorella e per il fatto che la prima sassofonista facesse la sostenuta respingendo le mie avances.

È proprio un’Italia malata!

PS: Ovviamente, per i coinvolti in questo post ricordo sempre che siamo tra il serio e il faceto 😉


Una nuova settimana.

30 marzo 2009

Dopo alcuni giorni di silenzio, torniamo a dare un po’ di brio a questo blog.
La settimana scorsa è stata piuttosto frenetica e decisamente insolita: certamente, non capita così spesso di avere la possibilità di andare con la facoltà negli studi RAI per la registrazione di due diversi programmi.
Mercoledì, e questa è davvero da ricordare, siamo stati ospiti di “Che tempo che fa” dove abbiamo assistito alla registrazione della puntata speciale dedicata a Roberto Saviano, con il giornalista presente in studio che ha dato una lezione di giornalismo più unica che rara. Roba da pelle d’oca.
Poi, venerdì siamo stati ospiti di Enrico Bertolino a “Glob: l’osceno del villaggio”, un programma a mio avviso tutt’altro che stupido.
Ospite principale era Marco Travaglio che, dopo essere stato ospite qui a Reggio Emilia e avere un poco deluso il sottoscritto, non è riuscito a riscattarsi: posso benissimo essere d’accordo con quanto dice sulla nostra beneamata classe politica, ma quello che mi manda totalmente in bestia è il uso modo di porsi con l’uditorio (sia lo spettatore da casa o quello in platea) e il suo “accanimento” contro la stampa su internet, che, secondo lui, non dà le stesse opportunità di approfondimento della carta stampata.
Un commento personale?
Secondo me, questa è una cagata pazzesca meritevole di 92 minuti di applausi.
Anche perché lo sa pure mia nonna che su internet hai una capacità di reperimento di informazioni praticamente infinita e che è possibile praticare ricerche e analizzare riferimenti incrociati con quanto pubblicato, cosa che con i quotidiani cartacei non è possibile se non svaligiando l’edicola portandosi a casa l’intera rassegna stampa. Comunque, probabilmente parlerò in futuro dell’argomento in modo più approfondito perché, ora come ora, le parole del giornalista torinese mi hanno lasciato un certo amaro in bocca.
Ovviamente sono tornato a Modena piuttosto sconvolto ma molto soddisfatto e contento per avere passato bene il tempo con i miei compagni di corso.
Nel frattempo, continuiamo a lavorare sullo studio della Lega: sabato ho passato la mattinata presso la biblioteca Delfini a scrivere e a raccattare nuovi libri, come se non bastassero quelli che ho già in lista: ora siamo a quota 22 e finora ne ho letti 6.
Ormai, però, si conoscono le parole del poeta: It’s a long way to the top, if you wanna rock ‘n roll! Inoltre, nel pomeriggio ho avuto una chiacchierata molto piacevole con Davide Dotti, il responsabile modenese del Movimento Giovani Padani, presso il banchetto della Lega Nord sotto i portici del Collegio, in cui abbiamo parlato del lavoro che sto svolgendo attualmente, dei libri pubblicati sul suo partito e della nostra città.  Quasi quasi, al prossimo giro gli porto una bottiglia di prosecco: infatti, vorrei ringraziarlo per la grandissima disponibilità e il tempo che mi ha concesso.

Quindi non disperate: nei prossimi giorni vi scasserò i maroni con altre schede sui libri che sto leggendo per questo famigerato e spietato studio sul partito più verde del nord. 🙂

PS: Non escludo anche la possibilità di mettere in rete qualcosa di più creativo e interessante, abbiate fede!


Pensiero del giorno

20 marzo 2009

Ho notato che, solitamente, quando si è morosati, fidanzati o accoppiati con un altro essere umano, i soggetti coinvolti tendono a rincoglionirsi pesantemente.
Io, modestamente, ho risolto il problema a monte e non ho assolutamente difficoltà a rincoglionirmi da solo.
Anzi, con franchezza e serenità d’animo, posso affermare di avere raggiunto un livello di rincoglionimento davvero invidiabile.


Leggere

19 marzo 2009

Non so cosa mi sia preso oggi.
Sta di fatto che è da stamattina che sono stato catturato da un certo stato di inquietudine frullata con preoccupazione e tensione in parti uguali.
Tutto, ovviamente, votato all’università, sia per quanto riguarda il momento attuale (lezioni e futuri esami), sia lo studio che sto portando avanti sulla Lega Nord, sia (soprattutto, aggiungerei anche) per quanto concerne il dopo-Reggio Emilia.
Adesso come adesso, dopo due anni e mezzo di studi qui in terra di teste quadre potrei trarre a grandi linee un bilancio di questa esperienza.
Ho esplorato campi della conoscenza che prima tendevo a ignorare o addirittura detestare.
Forse ho imparato anche qualcosa da me stesso e su me stesso, per capire cosa posso dare e cosa non posso dare.
Ho imparato che un esame di merdissima come “Metodi di ricerca delle Scienze Sociali” andava superato al momento giusto: ora è ancora lì a fare la muffa e probabilmente sarà la prova che mi darà più filo da torcere da qui alla laurea.
Ho imparato che una facoltà bistrattata e vittima del pregiudizio come Scienze della Comunicazione, alla fine, ha il suo perché. Ma credo anche che buona parte degli studenti di questa facoltà, dalle matricole agli specializzandi, passando per i laureandi della triennale, ci sia fin troppa gente che non sappia il significato di “leggere un libro”.
Mi capita spesso di sentire studenti della mia facoltà lamentarsi: “Devo leggere questo libro per l’esame: sono ben 300 pagine”.
“No, io non leggo quotidiani. È come leggere un libro!”.
Quando sento queste amenità rimango totalmente allibito.
Il fatto della lettura, di approcciarsi alla madre della conoscenza (di qualsiasi tipo sia), per noi di comunicazione dovrebbe essere automatico, naturale.
Personalmente, quando finisco di leggere un libro, non riesco a stare senza e devo subito iniziarne un altro. Un romanzo, una raccolta di racconti, un saggio storico, politico, giornalistico…
Insomma, ho una fame che deve essere in qualche modo placata.
Per fortuna, l’orario di lezione mi ha sempre permesso di avere spazi per potere leggere, rifugiarmi in biblioteca, o nei tavoli messi a disposizione per lo studio, o su uno di quei due divanetti per la lettura dei quotidiani.
È un peccato che una biblioteca così grande come quella Interdipartimentale della mia facoltà abbia in realtà così pochi libri. Arbitrariamente, potrei affermare che le scaffalature occuperanno sì e no un quarto dello spazio totale.
Una volta avevo trovato roba insospettabile: un volumetto di poesie di Verlaine ad alto contenuto osceno e un cartonato di Pingu.
C’è poco da fare, mediamente la lettura viene vista come un appesantimento, qualcosa di noioso, monotono.
Ho una mia teoria a proposito: ho il sospetto che ciò sia dovuto alla questione delle letture “coercitive” ai tempi della scuola dell’obbligo (e successivo liceo), quando l’insegnante costringeva gli alunni a leggere certi libri.
Ho avuto l’apice di odio per la lettura alle medie: la vedevo come una punizione, una limitazione per la mia libertà di svago e divertimento.
Ricordo che in terza media, in un tema, avevo scritto una frase che suonava più o meno così: “Non mi piace leggere perché credo sia molto più divertente andare a giocare a pallone al parco”.
Altri tempi.
Dovevano ancora venire gli anni delle ragazze (mala tempora!) e le maratone di Latino e Letteratura Italiano del liceo.
Forse, se si proponesse la lettura come un’opportunità per coltivare la cultura personale e non come un’imposizione armata, i giovani riuscirebbero a crescere con una maggiore passione per la conoscenza e svilupperebbero maggiormente una qualità che faccio sempre più fatica a trovare: la curiosità.
Curiosità come volontà di capire i come e i perché del mondo, perché funziona così e non in altri modi, del volere smontare gli oggetti per coglierne il funzionamento.
Purtroppo conosco davvero poche persone in possesso di questa virtù.
Ma proprio è da queste persone che si riesce a imparare di più.
Oggi, anche a livello universitario sussiste un genocidio culturale di dimensioni epiche: quando mi capita di andare a teatro vedo sempre più teste brizzolate o spelacchiate. Quando vado in biblioteca, un luogo sacro, che dovrebbe suscitare timore reverenziale, vedo sempre più ragazzi che ci vanno per rimorchiare e fare i vitelloni. “Furbi loro, coglione te che ci vai per i libri”.
Vero, me lo hanno anche detto i miei genitori, ma credo che ogni luogo abbia determinate funzioni.
Il lettore potrebbe osservare che il mio modo di difendere la cosa tende ad assumere toni maniacali.
Potrei anche dare ragione a questo intelligente lettore: d’altronde, il ricorrere alla lettura per me rappresenta un’evasione da questo mondo reale, una fuga in un altro universo governato da regole completamente differenti.
Qualche mese fa avevo letto una bella intervista sul Resto del Carlino: un sacerdote parlava della lettura come di un’attività che porta a realizzare uno stato di intensa spiritualità, una sana abitudine che presenta molte affinità con la preghiera.
Come nella preghiera, infatti, ci si isola dal resto del mondo e si realizza una relazione, uno stato di profonda elaborazione interiore: per il lettore, con il testo e l’autore. Per il religioso, con sé stesso e Dio (o altra entità superiore).
Il mio momento di preghiera è la lettura.
È un istante lungo tanto quanto quelle ore in cui sfoglio, posseggo, rispetto e degusto il libro.
Sono molto geloso dei miei libri e prenderli in prestito in biblioteca, per ovvie ragioni economiche, mi fa un po’ storcere il naso.
Ma è risaputo, anche Pantalone ha le sue esigenze: ogni volta che vado dalla Feltrinelli, non posso sempre dissanguare il mio portafoglio.


Personaggi Disney e politica.

17 marzo 2009

Così, il buon vecchio Finelli, torna a fare circolare un vecchio scritto dell’ideologo Pulitanò a proposito dei personaggi Disney e la politica. Per dovere di cronaca, lo riporto qui sotto.

Nonna Papera:

Camerata nonna Papera è l’emblema del conservatorismo italico. Dopo la fine della guerra da piccola italiana quale era, decide di rifugiarsi nelle campagne di Paperopoli bonificate da Mussolini, dove instaura una dittatura nella sua fattoria.

Paperon De Paperoni:
Al contrario di Nonna Papera, il vecchio taccagno è cresciuto all’interno di una famiglia di partigiani. Paperon de Paperoni durante la guerra, scappa dalla leva obbligatoria recandosi in montagna dove, invece di aiutare i partigiani, si dedica al ritrovamento di pepite d’oro. Grazie alle amicizie con i vertici del PCI e dei DS dopo, Paperon de Paperoni fonda numerose coop diventando l’uomo più ricco della sua città. Alle ultime politiche Walter Veltroni lo ha candidato nelle liste del PD, per cercare di accaparrarsi il voto degli industriali.

Rockerduck:

Capitalista allo stato puro, e per questo destinato a soccombere.
Al contrario di Paperone, Rockerduck vanta un passato nella DC, ma dopo Tangentopoli si iscrive, come quasi tutti, in Forza Italia. Da sempre in competizione con Paperone, Rockerduck soccombe sempre, ovviamente perché non ha agganci politici forti a Paperopoli.

Paperino:
Vero e proprio seguace di Nonna Papera, la quale lo obbliga fin da piccolo a vestirsi da marinaio. Passa la gioventù nel FRONTE DELLA GIOVENTU’ del movimento sociale italiano e con la nascita di A.N. diventa il federale squattrinato e sfortunato di Azione Giovani.

Paperoga: In conflitto perenne con Paperino. Paperoga cresce nei giovani comunisti. Anche se amico di Paperino, Paperoga si finge stupido e mette nei casini Paperino. Non è riuscito a diventare deputato per la sinistra arcobaleno in seguito alla sconfitta elettorale.

Gastone:

Il fortunello di Paperopoli non si è mai schierato politicamente, ma sembra che voti U.D.C.

Qui, Quo, Qua:
Passano la loro fanciullezza negli scout, ma dopo aver militato per C.L. l’avventura dei tre fratelli si divide: Qui si iscrive agli inesistenti giovani di F.I.; Quo inizia a drogarsi pesantemente e entra a far parte dei Collettivi; Qua, dopo aver litigato con la ragazza(merdionale, calabrese sembra) si iscrive per i giovani padani.

Paperina:
Aiuta qui ad ambientarsi nei circoli della Libertà. Paperino la picchia spesso e le contesta il suo amore spasmodico per Berlusconi.(Si vocifera che indossi le autoreggenti per emulare Michela Vittoria Brambilla).

Amelia:
Tre parole: INDIPENDENTISTA DEL SUD!!!. Prende casa sulle pendici del Vesuvio e cerca sempre di rubare la numero uno.

Pico de Paperis:
Tipico radical chic di sinistra, amico di Paperone, Pico è il classico intellettuale di sinistra che scrive sulla Repubblica e insegna tutte le materia presso l’Università “La Sapienza” di Paperopoli(è uno dei firmatari anti- papa).

Archimede: Un passato in Lotta Continua, si ritira a vita privata perché….”i compagni hanno tradito l’idea”.

Ilare e spassoso finché volete, ma mancano molti altri personaggi su cui non è stato detto nulla. Quindi, mi sono preso la libertà di riportarli qui sotto.

Pietro Gamba di Legno: anche lui con un passato in Lotta Continua, verrà eletto deputato in quota PDL nella circoscrizione della Campania per due mandati consecutivi. Sottosegretario alla giustizia del primo governo Berlusconi del ’94.

Trudy: Accanto ai grandi uomini, c’è sempre una grande donna. Trudy, infatti, grazie alle sue amicizie, permetterà al suo Pietro Gamba di Legno di avere l’appoggio di ottima parte dell’associazionismo cattolico di destra, del Rotary e del Lions Club.

Topolino:
detective dei Carabinieri, verrà trasferito a Lampedusa quando inizierà a indagare sugli affari illeciti di Pietro Gamba di Legno.

Commissario Basettoni & Ispettore Manetta:
da sempre ammiratori di Antonio Di Pietro, diventeranno consiglieri regionali in Molise sotto le insegne dell’Italia dei Valori.

Pippo: un sessantottino perennemente in protesta, ma ormai mentalmente ostacolato da tutte le varie droghe e noccioline assunte all’epoca della protesta studentesca. Alle ultime elezioni ha votato “Sinistra Critica”.

Gilberto de Pippis: in aperto contrasto con suo zio Pippo, Gilberto è un liberale conservatore di marca montanelliana. Disprezza Berlusconi e sente la mancanza di grandi personaggi politici del passato come Gobetti, Salvemini e Parri.

Tip e Tap: nipoti di Topolino, credono che la linea adottata da Alleanza Nazionale sia eccessivamente morbida e moderata. Diventeranno i militanti più attivi della sezione bolognese di Forza Nuova.

Anacleto Mitraglia:
dal carattere rissoso e violento, il vicino di casa di Paperino è anche un po’ villano e zoticone. Non può che essere quindi un simpatizzante della Lega Nord, di cui però disprezza tutta la mitologia celtica, la padania e altre amenità.

Brigitta: Dopo le continue avance a Zio Paperone, si stuferà e deciderà di candidarsi alle elezioni europee con Forza Italia. Verrà però scavalcata da Iva Zanicchi e dovrà ripiegare su semplici incarichi di rappresentanza accanto a Daniele Capezzone.

Gran Mogol: punto di raccordo tra le sfere alte di CL (con anche Opus Dei e Compagnia delle Opere) e la base giovanile, è abilissimo nel gestire il braccio militare della Chiesa Cattolica, le Giovani Marmotte. Di lui si ricorda il pestaggio operato ai danni delle Giovani Esploratrici, associazione di ragazze di sinistra dedite al libertinaggio e all’immoralità. Attualmente è latitante in Libia poiché accusato di traffico internazionale di droga e sfruttamento della prostituzione.

Prof Enigm, Prof Zapotec, Prof Merlin: scienziati fuggiti all’estero perché in Italia non ottenevano abbastanza fondi per le loro ricerche scientifiche.

Macchia Nera: anarchico di destra, si sospetta che facesse parte di Ordine Nuovo. Non si hanno più sue notizie.

Orazio & Clarabella: tipica famiglia laboriosa orgogliosamente di sinistra, Orazio e sua moglie sono i pilastri delle Feste de L’Unità di Topolinia.

Eta Beta: immigrato greco, con usanze e abiti così stravaganti da essere perennemente disoccupato e inutile alla società.

Ely, Emy, Evy (le nipoti di Paperina): una lobotomia causata da quindici anni di esposizione alla programmazione televisiva delle reti Mediaset, porterà loro a iscriversi ai Giovani del PDL. Le loro conoscenze politiche si basano su “Il Grande Fratello”, “Uomini e Donne” e “Amici di Maria de Filippi”. Alle convention a cui interviene Silvio Berlusconi, sono quelle che urlano come se fossero a un concerto di Justin Timberlake. Ely, la più troia delle tre, si è fatta autografare il seno da Ignazio La Russa.

Miss Paperett: la segretaria di Zio Paperone è una precaria ed è elettrice pentita del PD. Non ha sposato un miliardario.

Banda Bassotti: i tre bassotti non sono altro che rappresentanti sindacali di CIGL, CISL e UIL. Al loro comando vi è Nonno Bassotto che coordina la loro azione nell’ostacolare la vita e la produttività del paese con continui scioperi selvaggi. Ovviamente, Nonno Bassotto rappresenta uno di quei poteri forti contro cui si batte il Ministro Brunetta.

José Carioca: socialista sud-americano, otterrà un importante incarico nel governo del presidente Lula.

Gennarino (il corvo di Amelia): in disaccordo con le posizioni della sua padrona Amelia, sarà eletto consigliere comunale a Napoli. Essendo rappresentante dell’Udeur si barcamenerà tra maggioranza e opposizione.

Peperinik: risposta disneyana alla figura di Capitan Harlock, personaggio dei cartoni animati molto ammirato dagli ambienti di destra per il suo coraggio e il suo spirito temerario. Sotto la tuta rigorosamente nera, Paperinik indossa una maglietta su cui è scritta la frase “Nel dubbio, mena”.

Super Pippo: personaggio immaginario creata dalla mente disturbata di Pippo quando è sotto l’effetto di droghe pesanti. In queste condizioni, il povero subumano crede di indossare una calzamaglia rossa e ritiene di essere un supereroe della sinistra massimalista.


Modernità e secessione: le scienze sociali e il discorso politico della Lega Nord

16 marzo 2009

Per motivi di studio (Tesina di laurea? Futuro lavoro giornalistico? Chissà che cosa), in questo periodo sto leggendo libri che trattano della Lega Nord. Ho compilato una bibliografia in cui sono presenti sia una produzione di tipo scientifica (opere di sociologi e accademici), sia una di tipo giornalistico (reportage, testimonianze e altri saggi).

Per tenere in ordine il lavoro svolto, ho deciso quindi di realizzare una recensione per ogni libro letto.

Modernità e secessione: le scienze sociali e il discorso politico della Lega Nord.

Michel Huysseune

Sono andato da Feltrinelli a ritirare questo libro con aspettative molto alte.

Volevo un testo capace di sezionare l’impianto politico della Lega Nord usando come coltello le scienze sociali, l’analisi storica ed economica.

Volevo uno strumento non convenzionale in aiuto alla mia ricerca, volevo essere sorpreso e colto alla sprovvista.

Dopo averlo letto, “Modernità e secessione” di Huysseune riesce in ottima parte a soddisfare le mie esigenze e, soprattutto, la mia famelica curiosità.

Offrendo al lettore l’armamentario di conoscenze di base necessarie per affrontare una materia tutt’altro che semplice, il docente di Scienze politiche dell’Università di Bruxelles vuole che il suo compagno di viaggio in questa analisi sia capace di superare le sfide che gli porranno sul percorso di analisi e comprensione del fenomeno leghista.

Quindi si inizierà con l’enunciazione di schemi di nozioni fondamentali, fornendo alcune interpretazioni del discorso della modernità, il relativo processo di modernizzazione e alcune riflessioni sulla metodologia di lavoro.

Huysseune riesce a tenere saldamente legate le fila del discorso, evitando dispersioni e perdite di tempo: quanto formulato nel primo capitolo sarà utilissimo nell’analisi nello specifico del caso italiano, della sua modernizzazione incompleta. “Incompleta” nel senso che a un’evidente e indiscutibile evoluzione economica nel corso del ventesimo secolo, non è corrisposta un’evoluzione di tipo sociale e culturale.

Viene proposto un rapido excursus dell’indagine italiana sull’annosa questione meridionale, partendo dalle “Lettere meridionali” di Pasquale Villari, l’inchiesta Franchetti-Sonnino, passando attraverso le discutibili tesi tendenzialmente razziste del Niceforo, giungendo fino alla più recente ricerca operata dalla rivista Meridiana, specializzata nello studio del mezzogiorno.

L’autore prende in esame diverse possibili cause della modernizzazione incompleta: la precedente amministrazione borbonica del meridione, il clientelismo di quelle élite locali, il particolarismo (la precedenza dell’interesse privato su quello pubblico), il tradizionalismo cattolico, in contrapposizione all’intraprendenza e all’alto livello di modernizzazione raggiunto nelle aree ad alta presenza protestante, e la mancanza di identità nazionale.

Su questo ultimo punto ritengo opportuno soffermarmi: se Huysseune ci indica i limiti e i modi con cui è stata portata termine l’unità nazionale, è anche vero che riserva poco spazio a un punto fondamentale del codice genetico italiano: la memoria frantumata lasciata dalla seconda guerra mondiale, la contrapposizione tra fascismo e resistenza. Uno scotto che tutt’ora non si è riusciti a pagare nella sua totalità.

In queste condizioni si è così in grado di prendere in esame nel dettaglio il sentiero di evoluzione politica che ha tenuto l’Italia nella sua storia, quello che nelle scienze sociali viene definito Sonderweg, osservando alcune peculiarità come il vizio del familismo, la cultura civica italiana e il suo capitale sociale, la “Terza Italia”, quell’area del nord-est dove a partire dagli anni ’70 si è verificato il boom della piccola e media impresa, la vera spina dorsale del nostro paese.

La successiva visione delle rappresentazioni dell’Italia settentrionale e meridionale funge da antipasto all’analisi vera e propria del discorso politico della Lega Nord: infatti, in questo capitolo vengono sfatati stereotipi e luoghi comuni a proposito di queste due macroregioni: vengono smontate le tesi di un nord idilliaco e perfetto, per presentarne un quadro più problematico e sfaccettato, dove il tessuto sociale non è così coeso come sembra. Il sud, invece, viene in parte riabilitato, evidenziando come la sua immagine sia in buona parte viziata da una precedente tradizione sociologica pesantemente influenzata dal pregiudizio. Interessante è il punto in cui si medita di reinventare il concetto stesso di modernità in rapporto con il meridione, che, per le diverse radici storiche, civiche e culturali si discosta dal retroterra culturale del nord.

Le ultime cento pagine del libro sono poi dedicate al discorso politico della Lega, alle sue proposte di riforme istituzionali e ai discorsi anti-secessionisti in reazione a quelli del partito di Bossi.

Personalmente, sono giunto a questo punto dell’argomentazione con attese di un certo tipo: dopo un’indagine fino a questo momento così accurata e puntuale, in quest’ultimo passaggio l’autore sembra mancare un po’ della sua brillantezza e incisività: vengono sì delineati l’impianto programmatico leghista (con un occhio di riguardo per il suo eclettismo ideologico), la critica allo stato italiano, il concetto di identità padana e Pontida. Però mancano quella precisione e quell’approfondimento che erano presenti invece nelle precedenti duecento pagine.

Nell’ultimo capitolo, dedicato ai discorsi anti-secessionisti, ci si rende conto di come il più sia già stato detto. Quindi, si procede a una semplice chiusura degli argomenti lasciati precedentemente in sospeso, osservando i limiti dell’ipotesi secessionista leghista, ormai definitivamente abbandonata dal partito.

In breve:

Questo libro offre un’accurata analisi di ciò che sta dietro alla Lega in merito alle teorie di interpretazione della modernità e dell’evoluzione politica italiana, fornendo al lettore diversi spunti di riflessione soprattutto sul modo di vivere il suo paese, nel bene e nel male.

Nonostante alcuni difetti, è un’opera completa e stimolante.

Pro:

  • Generalmente dettagliato, preciso e approfondito.

  • Nonostante l’argomento sia ostico, il ritmo riesce ad essere sostenuto evitando così una noia nociva per la comprensione dell’argomento.

Contro:

  • Meno curato degli altri è il capitolo dedicato alla Lega Nord: essendo il libro incentrato sul discorso politico di questo partito, forse era lecito aspettarsi qualcosa di più.

  • Le ultime cento pagine perdono gradualmente di incisività e vanno a inficiare l’ottima qualità generale dell’opera.

Parole chiave: modernizzazione, meridionalismo, sonderweg

Voto: 7,5