“La secessione leggera” di Paolo Rumiz

21 maggio 2009

Non è uno studioso di scienze sociali né un antropologo, ma Paolo Rumiz, inviato speciale de “La Repubblica”, con questo suo reportage giornalistico riesce a cogliere peculiarità e sottigliezze del micro (o macro?) cosmo del nord, laboratorio politico del successo elettorale della Lega.

Successo che non è solamente ascrivibile a un certo tipo di argomentazioni politiche o solamente al modo di porsi con il pubblico e i mass media.

Questo successo pone le prime radici in quelle province che l’autore definisce “tristi”: un aggettivo azzeccato per definire un microclima di sentimenti offerto dagli abitanti e da quei piccoli centri urbani o villaggi, di quelle località dove, gergalmente parlando, è sorta la SME, la small-medium enterprise, la piccola media impresa tipica del nord-est esplosa nella seconda metà degli anni settata.

Villaggi in cui, nello stesso istante, il tempo sembra essersi fermato e avere subito una poderosa accelerazione in avanti. Fermato, perché vi sono ancora quei luoghi di ritrovo tipici di una volta, come l’osteria, la “locanda”, in cui è possibile creare una memoria, un retroterra comune agli abitanti del luogo, e, soprattutto, costruire un muro di separazione altamente identitario.

I burocrati provenienti dalle altre regioni non capiranno mai le richieste e i problemi che colpiscono quel luogo; il giornalista che viene da fuori non comprenderà mai la situazione reale.

Sono questi i pensieri che albergano, infatti, nelle teste di chi vive in questi paesi.

Paesi che producono un modo tutto loro di concepire la cultura, di creare modalità uniche e originali nell’intendere la società. Infatti, solo in una cittadina con le caratteristiche di Conselve, una terra segnata dalla fatica e dal duro lavoro, potevano trovare i natali i “Serenissimi”, ovvero quel commando di otto uomini che la sera del 9 Maggio 1997 presero possesso del campanile di Piazza San Marco, a Venezia. Il loro obiettivo era quello di raggiungere una conquista simbolica, di permettere a quella costellazione di campanili dell’entroterra veneto di prendere possesso del campanile per eccellenza, di quello che si vede anche da diversi chilometri di distanza, di quello che rappresenta il grande centro urbano incapace di recepire le intenzioni della maledetta piccola provincia, portatrice di un malessere da troppo tempo inascoltato.

Se il tempo, in luoghi come questi sembra essersi fermato, contemporaneamente ha subito una brusca accelerazione per le sfide lanciate dal mondo esterno, la globalizzazione, il rimpicciolimento del mondo causato dai nuovi mezzi di comunicazione: nella piccola impresa emerge quindi una mentalità liberista con polenta e cipolle, indubbiamente propensa all’iniziativa, ma terribilmente spaventata dalle minacce che vengono dalla concorrenza posta al di là delle Alpi e dell’Adriatico. Insomma, un soggetto agguerrito desideroso di sfruttare i guadagni derivanti dalla suddetta globalizzazione, ma terrorizzato dai rischi e dai pericoli che comporta, come appunto la perdita di identità e lo spaesamento dettato da questo repentino e improvviso cambiamento verificatosi in così pochi anni.

Perdita di identità che consente a soggetti capaci e carismatici, esattamente come Umberto Bossi, di creare un mito nuovo e sostitutivo di quanto si è andato via via perdendo. Non importa se sia vero o falso, basta che rappresenti un mondo vicino al proprio modo di sentire e di essere.

È qui che l’autore cita una ricerca ormai diventata celebre nei vari studi fatti sul nord e sulla Lega: l’Aaster di Aldo Bonomi nel 1992 rivelò un dato curioso. Nelle province ad altissima maggioranza leghista di Bergamo e Lecco, la figura istituzionale del bibliotecario risulta essere quella più odiata. Perché? Il bibliotecario “è uno statale, un intellettuale, un parassita improduttivo”. In quanto intellettuale, è una persona capace di smontare il mito pezzo per pezzo. Il mito non è compatibile con l’ironia e l’autocritica. La mitopoiesi, ovvero la produzione del mito, viene definita come un processo delicato e chi la tocca commette un grave peccato di blasfemia. La critica chirurgica blocca questi processi di risacralizzazione della vita, annulla queste scorciatoie identitarie, queste euristiche votate a una riproduzione di pensiero e tradizione.

Quando sul libro ho affrontato questo passaggio mi è venuto da sorridere perché mi sono reso conto di quanto tutto ciò sia effettivamente vero. Mi è capitato, infatti, più volte di confrontarmi con elettori o simpatizzanti della Lega: proprio nel momento in cui evidenziavo certe contraddizioni del pensiero leghista, in cui analizzavo particolari lacune argomentative o presentavo il curriculum giudiziario di alcune personalità di spicco del partito (che inevitabilmente andava a cozzare con le linee generali del movimento), il mio interlocutore si trovava spesso e volentieri in difficoltà, incapace di controbattere, in profondo conflitto. La cosa che di loro ricordo di più era l’espressione del viso: delusa, affranta, sconfortata. Più o meno come quando a un bambino riveli l’inaspettata e “impossibile” inesistenza di Babbo Natale, in cui il fatto di crederci totalmente va inevitabilmente a scontrarsi con la realtà dei fatti creando quella che in psicologia viene definita dissonanza cognitiva.

L’autore presenta diversi casi e aneddoti in cui il filo conduttore è praticamente sempre lo stesso: vi sono fatti, problemi locali che esigono una soluzione che però non viene trovata dall’autorità centrale o per ignavia burocratica o più che altro per questioni comunicative, di differenza di linguaggi. Questa situazione porta allora i locali ad arrangiarsi, a fare come si può, a prendere l’iniziativa autonomamente che, però, non sempre sortisce gli effetti desiderati.

Il viaggio di Rumiz si legge molto facilmente, presenta significati spaccati di vita quotidiana settentrionale e mette a confronto realtà diverse come quella Lombardo-Veneta e quella Emiliana per capire come mai la Lega in certi ambienti la Lega riesca ad attecchire e in altri no. Ma considerando il fatto che questo lavoro è stato realizzato nel 1998, è d’obbligo notare come oggi le cose, e ciò è sotto gli occhi di tutti, siano sensibilmente mutate: il movimento di Bossi sta prendendo piede anche in quelle regioni considerate tradizionalmente rosse, i “barbari” del nord stanno iniziando a mietere i primi importanti successi anche nella civilissima Emilia-Romagna.

Insomma, andando al di là dell’attuale crisi economica, nelle terre al di qua del Po inizia a prendere forma un prototipo di malessere?

Il governato si sente sempre più lontano dal governante?

La distanza tra i due si è fatta incolmabile?

Se nel 1997, in una città come Modena era impensabile un atto dimostrativo e simbolico come quello dei Serenissimi di Venezia, oggi sarebbe possibile una presa della Torre Ghirlandina da parte di un ipotetico commando locale desideroso di ridare la propria città ai suoi abitanti?

In breve: “La secessione leggera” è un reportage ricco di informazioni e aneddoti, capace di fornire tutto quel materiale qualitativo di racconti e narrazioni che la ricerca statistica quantitativa non è in grado di offrire. Talvolta risulta un po’ dispersivo, ma l’autore riesce a mantenere le redini del discorso e offrire un ottimo prodotto.

Pro:

  • Molti fatti, molti episodi insoliti e caratteristici utili per capire i tratti distintivi del nord.

  • Numerose interviste che consentono al lettore di immedesimarsi nel giornalista e di sentirsi nel vivo dell’azione.

Contro:

  • Unico piccolo difetto è quello di essere leggermente dispersivo in alcuni passaggi, ma è un neo trascurabile che non intacca la qualità del libro.

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