“The Lega Nord and the contemporary politics in Italy” by Thomas Gold

22 maggio 2009

Fin dalla primo vero successo elettorale nel 1992, la Lega Nord ha destato l’interesse di studiosi e scienziati politici provenienti da diverse parti del mondo.

Negli anni, inglesi, francesi, tedeschi e americani sono venuti in Italia per capire le ragioni del successo di questo soggetto politico così diverso dai partiti tradizionali e soprattutto per capirne la costituzione, le origini e i motivi della sua esistenza.

Thomas Gold, docente di statunitense di scienze politiche presso la NY University [da controllare], è uno di questi e ci presenta un’analisi esaustiva e puntuale di tutti quei vizi insiti nello stato italiano iniziando l’argomentazione spiegando il modello amministrativo piemontese, in vigore in pieno ottocento, ereditato dalla tradizione napoleonica.

Un modello che, dopo l’unità nazionale, prevedeva un forte accentramento dei poteri nell’esecutivo regio, lasciando uno spazio d’azione nullo al governo locale che, di fatto, era prettamente simbolico.

L’autore spende molte parole sulla figura istituzionale del prefetto che non era un semplice rappresentante in loco del governo, bensì una sorta di sceriffo che verificava l’attuazione dei provvedimenti approvati dall’autorità piemontese.

Inoltre, aveva la facoltà anche di rimuovere in modo totalmente arbitrario le giunte comunali anche con il semplice sospetto di illecito o irregolarità.

Insomma, l’apparato amministrativo era un imponente moloch che non lasciava spazio all’autonomia locale e ignorava totalmente le tradizioni regionali in materia di leggi e governo.

Se al nord, la macchina piemontese non era vista di buon occhio, soprattutto in Veneto dove esisteva una storia di autonomia e di indipendenza in riferimento all’epoca delle repubbliche marinare, al sud era percepita come un’imposizione calata dall’alto: i Savoia erano dei governanti stranieri.

Gold è molto abile nel cogliere il senso “gattopardesco” della situazione meridionale: se con la dominazione borbonica le élite locali erano di fatto dei signorotti di stampo feudale, con l’unità e la costituzione del Regno d’Italia non si passò a un rinnovamento del sistema burocratico del sud, affetto da una totale mancanza di regole, ma una semplice cooptazione dall’alto dei dirigenti locali, con il fine di evitare spinte secessioniste e ed eventuali ribellioni.

Ribellioni che però si verificarono lo stesso a causa delle promesse non mantenute da Garibaldi in materia di redistribuzione delle terre ai contadini dopo la cacciata dei Borboni: infatti, tutto cambiò, perché nulla cambiasse!

Un’altra componente importante fu l’accentramento fiscale: i Savoia dovevano ripianare un ingente debito pubblico per gli sforzi bellici sostenuti, costruire nuove infrastrutture e modernizzare l’industria. Le casse del Banco di Napoli e del Banco di Sicilia furono letteralmente depredate per questo scopo.

Insomma, già da queste prime pagine il lettore rimane impressionato dal modo non proprio politicamente corretto in cui lo stato sabaudo si è comportato: bisognerebbe gridare “Torino ladrona!”, al posto del classico “Roma ladrona”.

L’argomentazione prosegue prendendo poi in esame le politiche adottate dai governi post-unitari fino al periodo fascista: la centralizzazione viene consolidata e a livello politico inizia una lenta e progressiva meridionalizzazione delle classi dirigenti. Precedentemente abbiamo visto come e perché è iniziato questo processo: da qui in poi, questa pratica subirà un costante consolidamento dato soprattutto dal fenomeno del clientelismo che raggiungerà l’apice nella seconda repubblica con il partito della Democrazia Cristiana al sud e, in misura comunque minore, del Partito Socialista al nord.

Clientelismo, corruzione, mafia: tutte costanti con le quali il neonato Regno d’Italia ha convissuto opponendo una timidissima resistenza, se non arrivando a una conclamata complicità reciproca.

In cinquant’anni di democrazia liberale, di immobilismo e di ignavia, i problemi del mezzogiorno assumeranno dimensioni sempre maggiori: la prima guerra mondiale metterà a soqquadro la politica italiana permettendo a Mussolini di prendere il potere, instaurare un regime e dichiarare “risolta” l’annosa questione meridionale, senza prendere alcun provvedimento effettivo per ridurre il divario con il nord moderno e industrializzato.

Sotto il regime fascista, non solo fu tolta quel minimo di autonomia simbolica che avevano allora le giunte comunali (prive di potere economico e decisionale), ma fu rimossa la figura del sindaco e sostituita da quella del podestà, ovviamente nominato da Roma.

In parole povere, vi fu un ulteriore accentramento che coinvolse non solo la burocrazia, ma anche tutto il settore dei servizi, dell’istruzione, della previdenza sociale, delle organizzazioni sindacali, delle attività ricreative ecc… Tutto doveva necessariamente fare riferimento al partito nazionale fascista, annullando qualsiasi iniziativa autonoma.

Il crollo dell’esperienza fascista e la fine del secondo conflitto mondiale portarono al ripristino di un’istituzione democratica che per più di quarant’anni avrebbe visto l’egemonia della Democrazia Cristiana sugli altri soggetti politici: il Partito Comunista non ebbe mai un esecutivo e il Partito Socialista iniziò la sua esperienza governativa solamente negli anni ottanta.

La carta costituzionale emanata nel 1948 prevedeva l’istituzione di regioni ordinarie. Però, ciò fu attuato solamente nel 1970, dando alle regioni strette facoltà decisionali vincolate ad ancora minori facoltà economiche.

In un primo momento la “balena bianca” era favorevole a un decentramento dei poteri, in linea con quanto affermato sui principi di sussidiarietà da parte di Don Luigi Sturzo, fondatore del Partito Popolare Italiano nel 1919, padre politico della Democrazia Cristiana.

Successivamente, però, cambiò bruscamente opinione per il timore di concedere eccessiva libertà d’azione a regioni dove la sub-cultura “rossa” era maggiormente radicata (Toscana ed Emilia Romagna) e incorrere quindi nel rischio di eventuali azioni eversive dannose per l’unità nazionale.

In questo passaggio, Thomas Gold denuncia il ruolo principale della Democrazia Cristiana nella cattiva gestione delle risorse italiane: clientelismo, voto di scambio, corruzione (il problema della Cassa del Mezzogiorno si commenta da sé) e soprattutto interventismo statale, un’abitudine avviata sotto le insegne del fascismo che ha trovato ottima accoglienza presso gli ambienti della prima repubblica.

Il boom economico dei primi anni sessanta durò poco ma permise all’Italia di entrare nel novero delle grandi potenze mondiali: in questo periodo si afferma il triangolo Torino-Milano-Genova, trainato dalle grandi industrie. Fiat, Pirelli e Olivetti furono alcuni dei protagonisti di questa crescita.

Per rivedere una situazione simile, bisognerà attendere circa vent’anni: l’affermazione della cosiddetta “Terza Italia”, la piccola-media impresa che costituisce la colonna vertebrale dell’economia del nord-est e della provincia settentrionale.

Ed è proprio qui che nasce il fenomeno Lega: una realtà politica che per imporsi ha saputo raccogliere l’insoddisfazione dei piccoli imprenditori, degli artigiani e di chi semplicemente sentiva sempre più lontana da sé la politica.

Gli anni del rapido declino della prima repubblica vedono il partito di Umberto Bossi conquistare sempre più spazio grazie a una sapiente gestione della comunicazione politica: infatti, la Lega si presenta come un partito anti-sistema, un partito “anti-partiti”: nell’accezione di partito contro i partiti tradizionali, accusati di essersi spartiti le risorse economiche dello stato a danno del nord. Infatti, in quegli anni ebbe molto successo un manifesto in cui viene raffigurata una matrona romana che raccoglie un uovo d’oro frutto del lavoro di una “gallina lombarda”.

La proposta politica leghista, ieri come oggi, è incentrata su una domanda di maggiore autonomia e indipendenza nella gestione delle risorse economiche e decisionali, per evitare sprechi e porre fine all’assistenzialismo a favore del sud.

Il successo elettorale del 1992 e il successivo scandalo di “Mani pulite” permisero alla creatura bossiana di entrare stabilmente nel teatro politico nazionale da protagonisti, fino alla salita al governo nel 1994 accanto a Forza Italia e Alleanza Nazionale.

Sfiduciando il governo in materia di riforma pensionistica nel dicembre del 1994, la Lega tornò tra le file dell’opposizione, iniziando una fase movimentistica che perdurò fino al 1999, anno in cui si verificò l’effettivo ritorno tra le file degli alleati di Berlusconi.

In questo periodo di cinque anni, il partito si è posto nei confronti dei mass media secondo modalità fino a quel momento inedite per il panorama politico italiano: un’iniziativa come la marcia sul Po del 1996, ricordata per la celebre “dichiarazione di Indipendenza della Padania”, è rimasta nella memoria giornalistica nazionale come un evento che minacciava l’unità nazionale e creava pericoli di ribellione, nonostante tutte le testate straniere avessero osservato che gli umori di quel momento erano più affini a una festa di paese, con migliaia di bandiere verdi, gadget e souvenir della Padania, salamelle e lambrusco. Insomma, ben poco a che vedere con un’insurrezione popolare!

Nel citare il governo provvisorio della Padania e il Parlamento del Nord, vengono ricordate le Camicie Verdi, il servizio d’ordine del partito che negli anni a seguire avrebbe avuto diversi problemi giudiziari (banda armata, attività sovversiva). Nel 2002, alcuni deputati di Alleanza Nazionale (quindi ex MSI) denunciarono Umberto Bossi per “tentata ricostituzione del Partito Fascista”, la cosiddetta Legge Scelba: la cosa potrebbe suonare con una certa ironia!

Gold, inoltre, denota come in questo periodo, la seconda metà degli anni novanta, la Lega abbia compiuto una decisa svolta a destra: la leadership fortemente accentrata e indiscutibile che ha politicamente eliminato ogni possibile concorrente per la conduzione del partito, il governo provvisorio della Padania, il parlamento del Nord, le Camicie Verdi e l’episodio dei Serenissimi (nella primavera del 1997, un commando di otto uomini occupò simbolicamente il campanile di piazza San Marco, rivendicando l’indipendenza della Repubblica Veneta) inducono l’autore a bollare la Lega come un partito populista di estrema destra. A mio avviso, questa è una conclusione frettolosa e poco approfondita: infatti, Thomas Gold nella sua analisi ha completamente ignorato il fatto che, durante il quinquennio di opposizione, prima di accasarsi nuovamente con Berlusconi, avesse flirtato in più di un occasione con il centro-sinistra, partecipando attivamente alle “Feste de L’Unità”.

Inoltre, Gold trascura la questione delle alleanze a livello locale: infatti, nell’arco degli anni novanta, la Lega ha trovato diversi piani di intesa con il centro-sinistra, andando così controcorrente rispetto alla politica nazionale. A Pontoglio, provincia di Brescia, e in comuni importanti come Monza e Varese si sono avute giunte “verdi” sostenute da un supporto “rosso”.

Nelle battute conclusive, l’autore cita alcuni tentativi di riforma federalista fatti alla fine degli anni novanta: giudica positivamente l’istituzione dell’Imposta Regionale delle Attività Produttive, elencandone alcuni aspetti, senza però riportare le numerose critiche piovute su questa “impos-tassa”, come l’ha definita Riccardo Illy.

Quello che traspare in queste ultime pagine è una certa fretta di concludere che va a danneggiare in modo rilevante la resa complessiva di questo saggio che, per il resto, si rivela efficace nel ricordare “una storia italiana” che spesso e volentieri viene ignorata e dimenticata.

In breve: Con questo saggio, Thomas Gold è estremamente capace nel mettere in risalto i vizi e le disfunzioni storiche italiane che consentono la costituzione di un malessere settentrionale raccolto e interpretato dalla Lega Nord. Tuttavia, nelle ultimissime pagine l’autore trascura fatti e aspetti a mio avviso fondamentali per una completa decifrazione del partito. Ciò potrebbe portare il lettore meno esperto e informato a farsi un’idea fuorviante e parzialmente distorta del partito.

Pro:

  • Efficace nel riportare la storia burocratica e amministrativa italiana.

  • L’autore si concentra sui nostri vizi nazionali, dipingendo un ritratto che si commenta da solo.

  • Il libro è scritto in Inglese: quindi, per il lettore è un’ottima opportunità per migliorare questa lingua straniera.

Contro:

  • Sbrigativo e raffazzonato nel concludere l’argomentazione.

  • Nelle pagine finali, l’autore ignora alcuni aspetti fondamentali per formulare un’interpretazione completa della Lega Nord.

  • Il libro è scritto in Inglese: quindi, se il lettore è pigro o poco avvezzo alla lingua d’Albione avrà non poche difficoltà.

Parole chiave: Centralization (centralizzazione), Christian Democrats (Democrazia Cristiana), Northern and Southern Question (Questione settentrionale e meridionale)

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Mamma mia che ragionamenti!

31 marzo 2009

Era sabato sera, non avevo voglia di fare nulla di spettacolare, eccessivo e degradante per lo spirito e il corpo. Quindi ho fatto un salto al Central Park, il bar del Parco della Repubblica che, guarda a caso, si trova praticamente di fianco casa mia. Non sono andato là senza motivo apparente, anche perché il locale in sé non è che mi abbia mai attirato più di tanto, ma perché suonavano quegli sciagurati di Magreta dei Batmen Blues.

Serata ottima per farsi un paio di Montenegro a buon prezzo, fare due gag con la sassofonista (che tanto non accetterà mai e poi mai di uscire con me, esattamente come la sorella maggiore del chitarrista) e fare qualche discorso serio, rullo di tamburi, con il buon vecchio Fabio, cosa più unica che rara. Non tanto perché il buon vecchio Fabio sia una persona poco seria o sprovveduta, bensì perché è sempre impegnato con la morosa.

Lascio al lettore il compito di interpretare quest’ultimo inciso. Insomma, non è facilissimo beccarlo in giro se non per le partite di calcetto di campionato durante la settimana.

Il discorso partiva dall’incontro che avevo fatto poche ore prima con Davide Dotti, responsabile MGP Modena (ne ho parlato nel post precedente), per poi arrivare a qualcosa di più generale sui partiti e la democrazia in Italia ed è stato proprio in quel momento che mi è scattata una perla che, dopo diversi giorni, mi stupisce il fatto che sia uscita dalla mia bocca.

Si stava parlando del PD, della grande fondazione del PDL, della Lega e tutto il resto…

Perché vedi, Fabio, in Italia abbiamo una democrazia “fast-food”. Noi, quando andiamo a votare crediamo di andare a esercitare un diritto imprescindibile per uno stato, per l’appunto, democratico. Invece, andiamo solamente ad usufruire di un prodotto pre-confenzionato, esattamente come un hamburger dal McDonald. In Italia non esistono PD ne PDL, ma solo due élite di potere che vanno avanti scambiandosi favori politici ed economici a livello locale (e non solo, nda) sulla logica del “do ut des”. Quello che si vede a livello nazionale è solo una messa in scena, fatta per dare un minimo di parvenza di lotta politica. Giovedì sera, ad Annozero, c’era un giornalista de La Stampa di Torino che denunciava come in Liguria la giunta regionale Burlando (PD) e i comuni di destra e di sinistra si fossero messi d’accordo per avviare la cementificazione, praticamente distruggendo il territorio. In studio, Maurizio Lupi (PDL) e Daniela Santanché (ex AN, ex  Storace, ormai nuovamente in quota berlusconiana) hanno reagito in un modo che mi ha fatto letteralmente cascare le braccia. Lupi protestava vibratamente perché “i giornalisti vedono sempre nero e devono sempre cassare la libera iniziativa personale”, senza presentare alcuna prova per replicare alle affermazioni del giornalista. Questo per dirti, Fabio, della distanza che c’è tra noi e loro. L’involuzione democratica del nostro paese si è avviata da diversi anni e ormai è diventata inarrestabile, di fatto irreversibile.

Profondamente preoccupato per tutto ciò, ho concluso questa orazione degna del migliore Cicerone (ma anche no) o di un Giovanni Sartori sotto gli effetti di una miscela esplosiva di alcool e nesquick scaduto. Successivamente, l’attenzione mia e di Fabio è stata attirata dalle chitarre “sostitutive” della band, una Epiphone e una Squire.

Il primo chitarrista è poi tornato in sala per smontare l’attrezzatura della band e in quel momento ho espresso il mio disappunto per l’assenza di sua sorella e per il fatto che la prima sassofonista facesse la sostenuta respingendo le mie avances.

È proprio un’Italia malata!

PS: Ovviamente, per i coinvolti in questo post ricordo sempre che siamo tra il serio e il faceto 😉