Salvini, Pontida e la Lega: la mia versione.

8 luglio 2009
Matteo Salvini a un comizio.

Matteo Salvini a un comizio.

Il video se ne stava tranquillo rannicchiato nel suo caldo posticino, la sua morbida e confortevole tana di Youtube.
L’avevo lì deposto con tanto amore il 18 Giugno scorso, qualche giorno dopo un week-end decisamente inusuale.

La mia tesi per la laurea triennale, incentrata sui temi dell’identità, la tradizione e il loro uso politico fatto dalla Lega Nord mi aveva portato nella provincia bergamasca, a Pontida, per seguire il celebre giuramento del terzo partito italiano, la Lega Nord.
Italiano? Beh, appena giunto al casello di Bergamo, ho avuto qualche problema a comprendere il casellante che si esprimeva nel suo dialetto locale. Qualche istante, giusto il tempo per fare mente locale e capire che semplicemente mi stava chiedendo dieci centesimi, così per non perdere tempo nel darmi il resto in monete e nichelini inutili.

Provocatoriamente, Pontida non è Italia perché là gli autoctoni percepiscono la puzza di forestiero, di straniero.
Ero là con un fotografo free-lance, conosciuto su Facebook (per la serie “La potenza di internet”), votato ai reportage più di tipo artistico che di tipo giornalistico.
“Lei per chi lavora?” chiese al fotografo quella signora guardinga che nell’ingresso della sezione della Lega Nord di Pontida era impegnata a piegare manifesti. Era sabato pomeriggio e stavamo cercando un ufficio presso cui procurarci gli accrediti giornalistici per il giorno dopo.
“Veramente sono free-lance, non lavoro per nessuno”
Per niente convinta dalla risposta, si rivolse poi a me con fare guardingo, se non inquisitorio.
“E lei? Per chi scrive?” con un accento marcatissimo sul ‘per chi scrive’.
“Beh, io sono indipendente, sto lavorando per la mia tesina di laurea” risposi timidamente, visibilmente spiazzato e totalmente impreparato per una domanda di quel tipo.
“Guardate, ci hanno detto di diffidare dei giornalisti. Noi diffidiamo sempre dei giornalisti. Non abbiamo nulla da dire!”
Detto ciò ci congedò.

A mente fredda, non c’era da stupirsi di reazioni come queste.
Quando eravamo nel bar accanto a Piazza del Giuramento, gremito di anziani del luogo e leghisti in genere (le cose tendevano a fondersi), la scena mi ricordava molto un topos dei film western: gli stranieri che arrivano nel villaggio, entrano nel saloon e tutti gli avventori si voltano per squadrarli e riservare loro occhiatacce minacciose.
Insomma, poco ci mancava, ma la situazione mi aveva provocato una certa inquietudine.
Il modo di sentire, di percepire la vita e il tempo, insomma, per farla breve, la cultura e la mentalità, se volete usare parole ormai banali svuotate di significato, sono lontanissime, per esempio, dalla mia che sono modenese da generazioni. Quindi, praticamente a due ore e mezza di macchina di distanza da Pontida.

La mia impressione è stata quella di essere visto come qualcuno di pericoloso, qualcuno da cui guardarsi, poiché capace (?) di smontare la cosmogonia leghista, di fare domande, di chiedere, ma soprattutto chiedersi, il perché.
In questi ultimi mesi mi sono coperto di libri di sociologia che trattavano della Lega e in più di un occasione mi sono imbattuto nell’ormai celebre ricerca del 1992 dell’Aaster, l’istituto di Aldo Bonomi: da questa indagine risultava che, nelle province di Bergamo e Lecco, la figura istituzionale più odiata era quella del bibliotecario comunale. Questi “è uno statale, un intellettuale, un parassita improduttivo”. Non è quindi una persona indefessa dedita al lavoro, al sacrificio, al sudore e alla fatica. Chi studia, quindi, non può che essere un fannullone!

Domenica quattordici, ho avuto la possibilità di rivolgere un paio di domande a Giuseppe Leoni, primo deputato leghista nel 1987. Alla stessa tornata elettorale, Bossi debuttò al senato.
Leoni, responsabile dei “Cattolici Padani”, era presente a Pontida con il suo gazebo e con lui tutte le altre associazioni del ‘collateralismo verde’.
Gli spiegai cosa stavo facendo e perché volevo parlare con lui. A un certo punto mi chiese quale fosse il mio corso di laurea.
“Scienze della comunicazione!” risposi.
Se non fosse stato per un suo conoscente che lo interruppe per salutarlo in mezzo al marasma della folla, avrebbe terminato la seguente frase: “Bene. Inizierai a lavorare prima o poi!”. Glissai e feci finta di niente, ormai ci sono abituato.

Al termine della manifestazione ho avuto una breve chiacchierata con uomo sulla cinquantina, viso durissimo, mani ancora di più, canottiera bianca e fazzoletto verde al collo.
“Lei come si è avvicinato alla Lega?”
“Io non ho niente da dire, dico solo viva la Lega e fuori tutti i negri!”
Sorpreso da questo uno-due da pugile professionista, mi rimisi in piedi e riuscii a estorcere qualcosa di più succoso.
“Io sono muratore, sono friulano, vivo e lavoro in Lombardia da vent’anni” mi disse con un minestrone tra il brianzolo, il seriano e il friulano.

“Spiegati meglio, che sono ignorante” aggiunse con tonalità neutra, priva di sfumature, mentre gli stavo rivolgendo altre domande.

Ed è qui che la Lega vince: vince perché non ha bisogno di farsi dire di cambiare registro, di farsi capire, di spiegarsi meglio.
Vince perché, volenti o nolenti, sa interpretare il senso comune della gente e sa tramutarlo in consenso senza particolari fronzoli, senza parlare di giustizia sociale, socialdemocrazia o altri termini da teoria politica.
Senso comune che potrebbe anche essere visto nel filmato che ritrae Salvini intonare cori da stadio contro i napoletani.
Comune sentire, un anti-meridionalismo eterno e latente proprio del nord tutto, che si riflette, anche in questo caso, in modo plateale e manifesto con uno sfottò di tipo calcistico vecchio di secoli.
Slogan di questo tipo esistono da sempre e sono indirizzati verso chiunque, verso qualsiasi abitante della penisola, da San Candido in provincia di Bolzano a Lampedusa.
Per non parlare poi del contesto in cui era collocato: la festa di Pontida, con i sostenitori, tra birra, vino e salamelle.

Quello che non funziona è il fatto che un deputato, rappresentante di tutto il popolo italiano, si produca in comportamenti che stonano con l’incarico istituzionale ricoperto.
E così scatta la macchina dei mass-media: si muove il Leviatano dell’indignazione, del politicamente corretto, con le pacate richieste di scuse dagli alleati e con le vigorose richieste di dimissioni da parte dell’opposizione.
Ci si mette anche Alessandra Mussolini, che interviene in aula con un improbabile rap di controreplica al coro salviniano, per buttarla sulla bischerata, con disinfettante e strofinaccio per sciacquare la bocca lombarda.

Osservando come l’arco costituzionale si sia mosso in modo mediamente compatto, credo sia opportuno fare un’osservazione. Alle Feste de L’Unità, fino a poco tempo fa, si trovavano cimeli dell’ex Unione Sovietica, mentre alle feste dei Solstizi d’Inverno organizzati da Azione Giovani si sfoggiavano ampie croci celtiche su sciarpe e ciondoli, sempre però in un clima ad alta gradazione alcoolica. Insomma, ci sono ovunque “estremismi” che, in linea di massima, risulterebbero molto sconvenienti agli occhi dell’opinione pubblica.
Questi oggetti, oltre ad essere concreti, sono anche portatori di significati che però non suscitano lo stesso clamore dei cori di Salvini.

Questi oggetti, infatti, vengono ignorati dal pubblico: i mass media, consapevoli di ciò, non trattano quindi di episodi di questo tipo.
Tornando al lato pratico della questione, alla luce di questi elementi vorrei fare notare come, a mio avviso, tendano ad esserci due pesi e due misure nel rapportarsi con questi “estremismi”.

Su Youtube, ovviamente, piovono commenti a non finire: per lo più si fronteggiano utenti che ripagano Salvini con la stessa moneta, spesso e volentieri con gli interessi. Dall’altra parte, invece, vi è una timida constatazione di ciò che viene cantato dal politico con i suoi militanti non sia poi così difforme dalla verità.
Diamo il via, allora, al consolidamento di tutti gli stereotipi possibili immaginabili sui cavernicoli leghisti, sugli ominidi verdi, i neanderthaliani delle prealpi, foderandoci gli occhi in prima persona, impedendo a noi stessi ogni tentativo di comprendere la realtà dei fatti perché, in fondo, ci fa comodo pensarla così: è un’euristica, una scorciatoia di pensiero.
Tizio si comporta in un certo modo ed è pure leghista? A seconda dell’entità del comportamento possiamo scegliere se gonfiare il petto e battere il pugno sul tavolo oppure, in alternativa, farci una risata, minimizzando, anestetizzandoci verso un certo tipo di intemperanze.

In realtà, la Lega non è solo Salvini che offende napoletani, il tizio con il barbone verde o quell’altro vestito come un vichingo: usualmente, televisione e stampa riportano soggetti come questi perché, esteticamente parlando, sono quelli più appariscenti, bucano meglio lo schermo. Così facendo, però, lo spettatore è indotto a pensare che questo “campione statistico” sia rappresentativo di tutto l’universo leghista, che siano tutti uguali!

Quel sabato tredici Giugno, oltre a Salvini e la sua maglietta “Più Rum, meno rom”, c’erano anche il deputato Grimoldi e il ministro Calderoli: soprattutto quest’ultimo, con grandissima disponibilità e gentilezza, si è concesso alla folla e non ha negato a nessuno una foto ricordo, un autografo sulla maglietta, una stretta di mano. Vorrei vedere qualcuno del PDL o del PD prestarsi a una cosa del genere.
Se c’è una cosa che ho imparato dai romanzi di Charles Bukowski è che quando c’è in circolazione dell’alcool, va a finire che succede sempre qualcosa. E i fatti mi hanno dato ragione.

Di quel sabato tredici giugno tutti parleranno dei cori razzisti contro Napoli cantati dall’eurodeputato Matteo Salvini e non, per esempio, della vicenda del nuovo sindaco di Misano di Gera D’Adda, Daisy Pirovano, 32 anni, figlia del presidente della provincia di Bergamo, Ettore Pirovano. Con una laurea in diritto internazionale ed europeo guadagnata presso la Paul Cézanne University di Marsiglia, questa giovane donna polverizza tutti gli stereotipi sui leghisti e non ha per niente l’aria di essere una persona che detesta i bibliotecari.

Quel sabato tredici giugno mi sarei aspettato di vedere accanto a me altri operatori della stampa, per conoscere e raccontare chi sono veramente i leghisti. Invece, ciò non si è verificato.
Ero l’unico non leghista presente in quel luogo, con solo la mia puzza da giornalista, armato di fotocamera, registratore vocale e tanta, tanta, tanta curiosità.
Curiosità per provare a capire, per trovare una risposta a tutti quei perché sui recenti successi elettorali della Lega Nord, sul suo dilagare nelle terre rosse un tempo ostili, sulle sue nuove leve, sul suo rapporto con il territorio e sul suo modus operandi.
La cosiddetta stampa ufficiale, alla domenica, era impegnata a intervistare anziani con le barbe verdi.
Io ho appena iniziato a trovare qualche risposta ai miei perché e so benissimo che da ognuna scaturiranno nuovi quesiti.

Finché i mass media tradizionali, i nuovi media e, in particolare modo, la blogosfera continueranno ad avere questo atteggiamento di snobismo e sufficienza nel rapportarsi con “l’oggetto Lega”, l’onda verde sarà inevitabile.
Invece, se avversari e alleati si fermassero a riflettere seriamente e ad analizzare la situazione scavalcando pregiudiziali ideologiche e di tifo politico, e, soprattutto, evitando meri attacchi verbali, forse essi potrebbero sperare di avere una chance per risalire la china o, per lo meno, di limitare i danni inferti dal partito di Umberto Bossi.
Se.

PS: Su Youtube e su Facebook c’è chi mi ha scritto facendomi i complimenti per avere fatto saltare Matteo Salvini, “esiliandolo” a Strasburgo. Ovviamente, non vi riporto gli aggettivi poco eleganti con i quali è stato apostrofato. Andando al parlamento europeo, di certo non morirà di fame per colpa del mio video.
Inoltre, contando sul fatto che l’Italia è un paese senza memoria, una sua candidatura alla prossime elezioni politiche non mi stupirebbe più di tanto. Se in parlamento abbiamo soggetti come Giuseppe Ciarrapico, pluri-condannato per bancarotta fraudolenta e altre marachelle, sempre provocatoriamente parlando, perché non potrebbe starci pure Matteo Salvini con i suoi cori da curva sud?

Qui sotto,  il video incriminato.


“La Lega: geografia, storia e sociologia di un nuovo soggetto politico” di Ilvo Diamanti

27 maggio 2009

Bisognerebbe accostarsi con un certo timore reverenziale a questo ritratto della Lega: Ilvo Diamanti, assieme a Roberto Biorcio e Aldo Bonomi, è uno dei padri dell’analisi sociologica applicata al partito di Umberto Bossi.

Questo lavoro, nonostante sia datato 1993, presenta diversi spunti che sedici anni dopo riescono ad essere di vivissima attualità.

Il politologo piemontese, infatti, formula alcune osservazioni che tuttora riescono a mantenere la loro validità: un organizzazione snella, agile capace di muoversi rapidamente sul territorio, una leadership forte e carismatica e soprattutto, (a mio avviso, il punto più importante), l’innovazione dal punto di vista della comunicazione politica.

Comunicazione politica intesa nel modo di porsi con il pubblico e i mass-media.

Non potendo contare su un budget elevato, come i partiti tradizionali della prima repubblica, o su un influenza sui mass-media (ogni riferimento a Bettino Craxi è puramente voluto), le leghe regionaliste prima e la Lega Nord poi hanno saputo capovolgere le proprie debolezze in punti di forza: non potendo infatti contare su una costante presenza mediatica in televisione o sulla grande stampa nazionale, ha saputo privilegiare strade alternative. Ovvero, manifesti, volantini in dialetto o addirittura scritti con i pennarelli, discorsi informali faccia-a-faccia nei luoghi pubblici. I militanti infatti sono soliti fare opera di proselitismo nei gruppi amicali, tra i conoscenti, durante il tempo libero.

La Lega, usa un linguaggio semplice, facilmente comprensibile dalla gente, in totale antitesi con le abitudini comunicative dei soggetti politici tradizionali. Infatti, sta proprio qui lo scarto tra i partiti della prima repubblica e i “barbari” che vengono dal nord.

Ricordiamo che nel periodo in cui il Diamanti scrive, devono ancora arrivare le folate secessioniste.

Interessante è l’analisi dell’elettorato leghista della prima ora: se fino al 1987 il voto leghista si concentrava soprattutto nella piccola provincia, nella pedemontana, nel lavoro autonomo, l’artigianato e la piccola industria, sul finire degli anni ottanta il voto per Bossi inizierà a urbanizzarsi, a contagiare i giovani e coloro i quali nutrono una crescente sfiducia nelle istituzioni e chi si sente accerchiato da nemici (presunti o veri) per il proprio benessere: “lo straniero, il meridione, il ceto politico, i soggetti che vengono considerati come eversivi delle norme del vivere sociale (omosessuali, zingari)”.

Estremamente informativi sono i dati forniti nelle diverse tabelle presenti nel libro: ci si rende conto di come sia da sfatare il mito del politico leghista rozzo, ignorante e poco acculturato, nonostante a livello puramente comportamentale gli stessi personaggi coinvolti non si impegnino più di tanto nello sfatare questo stereotipo. Infatti, si osserva che tra i deputati e i senatori eletti nel 1992 nel centro-nord, il 58% dei leghisti è laureato, contro il 72% della DC (partito altamente elitario) e il 52% del PDS-Rc.

Un altro dato indicativo dello scarto della Lega rispetto ai partiti tradizionali è la costituzione del proprio personale politico. Sempre tra i deputati e i senatori eletti alle consultazioni sopracitate, vi sono liberi professionisti (36%) e lavoratori dipendenti privati (sempre il 36%).

La DC, invece, portava nei palazzi una quota consistente di docenti e magistrati (42%), come il PDS-Rc (38%) che però aveva anche una fetta consistente di politici di professione (25%).

Ciò può suggerirci per la Lega una certa specularità tra elettorato e personale politico eletto.

Nel 1992 continuerà a evolversi l’elettorato “verde”: si ingrosseranno le fila dei lavoratori autonomi, della piccola impresa. Aumenteranno sempre di più i giovani non ideologizzati, privi di valori di riferimento forti. Faranno capolino anche imprenditori artigiani e industriali contrariati dall’inefficienza pubblica. Questi ultimi, però, effettueranno nel 1994 una poderosa svolta “azzurra” verso un nuovo soggetto che avrebbe cambiato totalmente il modo di fare politica nei quindici anni a venire: Forza Italia, guidata dall’imprenditore Silvio Berlusconi diventerà, infatti, il punto di riferimento per questa categoria di elettori, causando un travaso di voti a danno della Lega.

Sul finire dell’argomentazione, risulta illuminante la tabella sinottica sulla periodizzazione della presenza delle leghe regionaliste (alcune sarebbero state inglobate nella Lega Nord, altre avrebbero avuto vita autonoma), in base ai caratteri relativi alla domanda e all’offerta politica nel decennio tra il 1983 e il 1993. Il Diamanti, in una sola pagina riesce a inserire quello che altri autori presenterebbero in decine e decine di noiosi e lunghi paragrafi.

Nelle ultimissime pagine, l’autore dà il meglio di sé: analizzando le risorse dell’imprenditore politico Lega: “un nucleo di contenuti chiari e flessibili, la capacità di imporre un linguaggio e uno stile di comunicazione che attrae e differenzia, un modello di organizzazione centralizzato e allo stesso tempo capillare e duttile”. Insomma un modello capace di dare risposte ma anche di ricevere le nuove domande provenienti dall’esterno e di comportarsi di conseguenza.

È proprio questa duttilità a permettere alla Lega di muoversi con un’agilità negata agli altri partiti.

Esempio: con la sua espansione nelle altre regioni del centro-nord (Toscana ed Emilia Romagna in primis), la costante etnico-identitaria lombarda viene meno e ci si sposta rapidamente su interessi comuni di tipo economico.

In breve: Con questo studio, Diamanti, fornisce un quadro esauriente del movimento leghista, praticamente aprendo la pista a tutte quelle pubblicazioni, di carattere sociologico, storico, giornalistico e politico che hanno caratterizzato gli anni novanta e duemila. Un punto a favore di questo libro è la sostanziale mancanza di difetti veri e propri.

Pro:

  • Sintetico e altamente informativo.

  • Facilmente comprensibile anche da chi non è esperto di sociologia.

  • Ricco di tabelle e statistiche.

Contro:

  • Non è un vero difetto, ma il fatto di essere datato 1993 significa non potere analizzare il periodo saliente della Lega come partito di governo a tutti gli effetti.

  • Sempre per il fatto di essere datato 1993, vuol dire non potere verificare nel corso degli anni l’ulteriore evoluzione del personale politico e dell’elettorato del partito.

Parole chiave: elettorato, comunicazione, personale politico


“La secessione leggera” di Paolo Rumiz

21 maggio 2009

Non è uno studioso di scienze sociali né un antropologo, ma Paolo Rumiz, inviato speciale de “La Repubblica”, con questo suo reportage giornalistico riesce a cogliere peculiarità e sottigliezze del micro (o macro?) cosmo del nord, laboratorio politico del successo elettorale della Lega.

Successo che non è solamente ascrivibile a un certo tipo di argomentazioni politiche o solamente al modo di porsi con il pubblico e i mass media.

Questo successo pone le prime radici in quelle province che l’autore definisce “tristi”: un aggettivo azzeccato per definire un microclima di sentimenti offerto dagli abitanti e da quei piccoli centri urbani o villaggi, di quelle località dove, gergalmente parlando, è sorta la SME, la small-medium enterprise, la piccola media impresa tipica del nord-est esplosa nella seconda metà degli anni settata.

Villaggi in cui, nello stesso istante, il tempo sembra essersi fermato e avere subito una poderosa accelerazione in avanti. Fermato, perché vi sono ancora quei luoghi di ritrovo tipici di una volta, come l’osteria, la “locanda”, in cui è possibile creare una memoria, un retroterra comune agli abitanti del luogo, e, soprattutto, costruire un muro di separazione altamente identitario.

I burocrati provenienti dalle altre regioni non capiranno mai le richieste e i problemi che colpiscono quel luogo; il giornalista che viene da fuori non comprenderà mai la situazione reale.

Sono questi i pensieri che albergano, infatti, nelle teste di chi vive in questi paesi.

Paesi che producono un modo tutto loro di concepire la cultura, di creare modalità uniche e originali nell’intendere la società. Infatti, solo in una cittadina con le caratteristiche di Conselve, una terra segnata dalla fatica e dal duro lavoro, potevano trovare i natali i “Serenissimi”, ovvero quel commando di otto uomini che la sera del 9 Maggio 1997 presero possesso del campanile di Piazza San Marco, a Venezia. Il loro obiettivo era quello di raggiungere una conquista simbolica, di permettere a quella costellazione di campanili dell’entroterra veneto di prendere possesso del campanile per eccellenza, di quello che si vede anche da diversi chilometri di distanza, di quello che rappresenta il grande centro urbano incapace di recepire le intenzioni della maledetta piccola provincia, portatrice di un malessere da troppo tempo inascoltato.

Se il tempo, in luoghi come questi sembra essersi fermato, contemporaneamente ha subito una brusca accelerazione per le sfide lanciate dal mondo esterno, la globalizzazione, il rimpicciolimento del mondo causato dai nuovi mezzi di comunicazione: nella piccola impresa emerge quindi una mentalità liberista con polenta e cipolle, indubbiamente propensa all’iniziativa, ma terribilmente spaventata dalle minacce che vengono dalla concorrenza posta al di là delle Alpi e dell’Adriatico. Insomma, un soggetto agguerrito desideroso di sfruttare i guadagni derivanti dalla suddetta globalizzazione, ma terrorizzato dai rischi e dai pericoli che comporta, come appunto la perdita di identità e lo spaesamento dettato da questo repentino e improvviso cambiamento verificatosi in così pochi anni.

Perdita di identità che consente a soggetti capaci e carismatici, esattamente come Umberto Bossi, di creare un mito nuovo e sostitutivo di quanto si è andato via via perdendo. Non importa se sia vero o falso, basta che rappresenti un mondo vicino al proprio modo di sentire e di essere.

È qui che l’autore cita una ricerca ormai diventata celebre nei vari studi fatti sul nord e sulla Lega: l’Aaster di Aldo Bonomi nel 1992 rivelò un dato curioso. Nelle province ad altissima maggioranza leghista di Bergamo e Lecco, la figura istituzionale del bibliotecario risulta essere quella più odiata. Perché? Il bibliotecario “è uno statale, un intellettuale, un parassita improduttivo”. In quanto intellettuale, è una persona capace di smontare il mito pezzo per pezzo. Il mito non è compatibile con l’ironia e l’autocritica. La mitopoiesi, ovvero la produzione del mito, viene definita come un processo delicato e chi la tocca commette un grave peccato di blasfemia. La critica chirurgica blocca questi processi di risacralizzazione della vita, annulla queste scorciatoie identitarie, queste euristiche votate a una riproduzione di pensiero e tradizione.

Quando sul libro ho affrontato questo passaggio mi è venuto da sorridere perché mi sono reso conto di quanto tutto ciò sia effettivamente vero. Mi è capitato, infatti, più volte di confrontarmi con elettori o simpatizzanti della Lega: proprio nel momento in cui evidenziavo certe contraddizioni del pensiero leghista, in cui analizzavo particolari lacune argomentative o presentavo il curriculum giudiziario di alcune personalità di spicco del partito (che inevitabilmente andava a cozzare con le linee generali del movimento), il mio interlocutore si trovava spesso e volentieri in difficoltà, incapace di controbattere, in profondo conflitto. La cosa che di loro ricordo di più era l’espressione del viso: delusa, affranta, sconfortata. Più o meno come quando a un bambino riveli l’inaspettata e “impossibile” inesistenza di Babbo Natale, in cui il fatto di crederci totalmente va inevitabilmente a scontrarsi con la realtà dei fatti creando quella che in psicologia viene definita dissonanza cognitiva.

L’autore presenta diversi casi e aneddoti in cui il filo conduttore è praticamente sempre lo stesso: vi sono fatti, problemi locali che esigono una soluzione che però non viene trovata dall’autorità centrale o per ignavia burocratica o più che altro per questioni comunicative, di differenza di linguaggi. Questa situazione porta allora i locali ad arrangiarsi, a fare come si può, a prendere l’iniziativa autonomamente che, però, non sempre sortisce gli effetti desiderati.

Il viaggio di Rumiz si legge molto facilmente, presenta significati spaccati di vita quotidiana settentrionale e mette a confronto realtà diverse come quella Lombardo-Veneta e quella Emiliana per capire come mai la Lega in certi ambienti la Lega riesca ad attecchire e in altri no. Ma considerando il fatto che questo lavoro è stato realizzato nel 1998, è d’obbligo notare come oggi le cose, e ciò è sotto gli occhi di tutti, siano sensibilmente mutate: il movimento di Bossi sta prendendo piede anche in quelle regioni considerate tradizionalmente rosse, i “barbari” del nord stanno iniziando a mietere i primi importanti successi anche nella civilissima Emilia-Romagna.

Insomma, andando al di là dell’attuale crisi economica, nelle terre al di qua del Po inizia a prendere forma un prototipo di malessere?

Il governato si sente sempre più lontano dal governante?

La distanza tra i due si è fatta incolmabile?

Se nel 1997, in una città come Modena era impensabile un atto dimostrativo e simbolico come quello dei Serenissimi di Venezia, oggi sarebbe possibile una presa della Torre Ghirlandina da parte di un ipotetico commando locale desideroso di ridare la propria città ai suoi abitanti?

In breve: “La secessione leggera” è un reportage ricco di informazioni e aneddoti, capace di fornire tutto quel materiale qualitativo di racconti e narrazioni che la ricerca statistica quantitativa non è in grado di offrire. Talvolta risulta un po’ dispersivo, ma l’autore riesce a mantenere le redini del discorso e offrire un ottimo prodotto.

Pro:

  • Molti fatti, molti episodi insoliti e caratteristici utili per capire i tratti distintivi del nord.

  • Numerose interviste che consentono al lettore di immedesimarsi nel giornalista e di sentirsi nel vivo dell’azione.

Contro:

  • Unico piccolo difetto è quello di essere leggermente dispersivo in alcuni passaggi, ma è un neo trascurabile che non intacca la qualità del libro.