“La Lega: geografia, storia e sociologia di un nuovo soggetto politico” di Ilvo Diamanti

27 maggio 2009

Bisognerebbe accostarsi con un certo timore reverenziale a questo ritratto della Lega: Ilvo Diamanti, assieme a Roberto Biorcio e Aldo Bonomi, è uno dei padri dell’analisi sociologica applicata al partito di Umberto Bossi.

Questo lavoro, nonostante sia datato 1993, presenta diversi spunti che sedici anni dopo riescono ad essere di vivissima attualità.

Il politologo piemontese, infatti, formula alcune osservazioni che tuttora riescono a mantenere la loro validità: un organizzazione snella, agile capace di muoversi rapidamente sul territorio, una leadership forte e carismatica e soprattutto, (a mio avviso, il punto più importante), l’innovazione dal punto di vista della comunicazione politica.

Comunicazione politica intesa nel modo di porsi con il pubblico e i mass-media.

Non potendo contare su un budget elevato, come i partiti tradizionali della prima repubblica, o su un influenza sui mass-media (ogni riferimento a Bettino Craxi è puramente voluto), le leghe regionaliste prima e la Lega Nord poi hanno saputo capovolgere le proprie debolezze in punti di forza: non potendo infatti contare su una costante presenza mediatica in televisione o sulla grande stampa nazionale, ha saputo privilegiare strade alternative. Ovvero, manifesti, volantini in dialetto o addirittura scritti con i pennarelli, discorsi informali faccia-a-faccia nei luoghi pubblici. I militanti infatti sono soliti fare opera di proselitismo nei gruppi amicali, tra i conoscenti, durante il tempo libero.

La Lega, usa un linguaggio semplice, facilmente comprensibile dalla gente, in totale antitesi con le abitudini comunicative dei soggetti politici tradizionali. Infatti, sta proprio qui lo scarto tra i partiti della prima repubblica e i “barbari” che vengono dal nord.

Ricordiamo che nel periodo in cui il Diamanti scrive, devono ancora arrivare le folate secessioniste.

Interessante è l’analisi dell’elettorato leghista della prima ora: se fino al 1987 il voto leghista si concentrava soprattutto nella piccola provincia, nella pedemontana, nel lavoro autonomo, l’artigianato e la piccola industria, sul finire degli anni ottanta il voto per Bossi inizierà a urbanizzarsi, a contagiare i giovani e coloro i quali nutrono una crescente sfiducia nelle istituzioni e chi si sente accerchiato da nemici (presunti o veri) per il proprio benessere: “lo straniero, il meridione, il ceto politico, i soggetti che vengono considerati come eversivi delle norme del vivere sociale (omosessuali, zingari)”.

Estremamente informativi sono i dati forniti nelle diverse tabelle presenti nel libro: ci si rende conto di come sia da sfatare il mito del politico leghista rozzo, ignorante e poco acculturato, nonostante a livello puramente comportamentale gli stessi personaggi coinvolti non si impegnino più di tanto nello sfatare questo stereotipo. Infatti, si osserva che tra i deputati e i senatori eletti nel 1992 nel centro-nord, il 58% dei leghisti è laureato, contro il 72% della DC (partito altamente elitario) e il 52% del PDS-Rc.

Un altro dato indicativo dello scarto della Lega rispetto ai partiti tradizionali è la costituzione del proprio personale politico. Sempre tra i deputati e i senatori eletti alle consultazioni sopracitate, vi sono liberi professionisti (36%) e lavoratori dipendenti privati (sempre il 36%).

La DC, invece, portava nei palazzi una quota consistente di docenti e magistrati (42%), come il PDS-Rc (38%) che però aveva anche una fetta consistente di politici di professione (25%).

Ciò può suggerirci per la Lega una certa specularità tra elettorato e personale politico eletto.

Nel 1992 continuerà a evolversi l’elettorato “verde”: si ingrosseranno le fila dei lavoratori autonomi, della piccola impresa. Aumenteranno sempre di più i giovani non ideologizzati, privi di valori di riferimento forti. Faranno capolino anche imprenditori artigiani e industriali contrariati dall’inefficienza pubblica. Questi ultimi, però, effettueranno nel 1994 una poderosa svolta “azzurra” verso un nuovo soggetto che avrebbe cambiato totalmente il modo di fare politica nei quindici anni a venire: Forza Italia, guidata dall’imprenditore Silvio Berlusconi diventerà, infatti, il punto di riferimento per questa categoria di elettori, causando un travaso di voti a danno della Lega.

Sul finire dell’argomentazione, risulta illuminante la tabella sinottica sulla periodizzazione della presenza delle leghe regionaliste (alcune sarebbero state inglobate nella Lega Nord, altre avrebbero avuto vita autonoma), in base ai caratteri relativi alla domanda e all’offerta politica nel decennio tra il 1983 e il 1993. Il Diamanti, in una sola pagina riesce a inserire quello che altri autori presenterebbero in decine e decine di noiosi e lunghi paragrafi.

Nelle ultimissime pagine, l’autore dà il meglio di sé: analizzando le risorse dell’imprenditore politico Lega: “un nucleo di contenuti chiari e flessibili, la capacità di imporre un linguaggio e uno stile di comunicazione che attrae e differenzia, un modello di organizzazione centralizzato e allo stesso tempo capillare e duttile”. Insomma un modello capace di dare risposte ma anche di ricevere le nuove domande provenienti dall’esterno e di comportarsi di conseguenza.

È proprio questa duttilità a permettere alla Lega di muoversi con un’agilità negata agli altri partiti.

Esempio: con la sua espansione nelle altre regioni del centro-nord (Toscana ed Emilia Romagna in primis), la costante etnico-identitaria lombarda viene meno e ci si sposta rapidamente su interessi comuni di tipo economico.

In breve: Con questo studio, Diamanti, fornisce un quadro esauriente del movimento leghista, praticamente aprendo la pista a tutte quelle pubblicazioni, di carattere sociologico, storico, giornalistico e politico che hanno caratterizzato gli anni novanta e duemila. Un punto a favore di questo libro è la sostanziale mancanza di difetti veri e propri.

Pro:

  • Sintetico e altamente informativo.

  • Facilmente comprensibile anche da chi non è esperto di sociologia.

  • Ricco di tabelle e statistiche.

Contro:

  • Non è un vero difetto, ma il fatto di essere datato 1993 significa non potere analizzare il periodo saliente della Lega come partito di governo a tutti gli effetti.

  • Sempre per il fatto di essere datato 1993, vuol dire non potere verificare nel corso degli anni l’ulteriore evoluzione del personale politico e dell’elettorato del partito.

Parole chiave: elettorato, comunicazione, personale politico


Leggere

19 marzo 2009

Non so cosa mi sia preso oggi.
Sta di fatto che è da stamattina che sono stato catturato da un certo stato di inquietudine frullata con preoccupazione e tensione in parti uguali.
Tutto, ovviamente, votato all’università, sia per quanto riguarda il momento attuale (lezioni e futuri esami), sia lo studio che sto portando avanti sulla Lega Nord, sia (soprattutto, aggiungerei anche) per quanto concerne il dopo-Reggio Emilia.
Adesso come adesso, dopo due anni e mezzo di studi qui in terra di teste quadre potrei trarre a grandi linee un bilancio di questa esperienza.
Ho esplorato campi della conoscenza che prima tendevo a ignorare o addirittura detestare.
Forse ho imparato anche qualcosa da me stesso e su me stesso, per capire cosa posso dare e cosa non posso dare.
Ho imparato che un esame di merdissima come “Metodi di ricerca delle Scienze Sociali” andava superato al momento giusto: ora è ancora lì a fare la muffa e probabilmente sarà la prova che mi darà più filo da torcere da qui alla laurea.
Ho imparato che una facoltà bistrattata e vittima del pregiudizio come Scienze della Comunicazione, alla fine, ha il suo perché. Ma credo anche che buona parte degli studenti di questa facoltà, dalle matricole agli specializzandi, passando per i laureandi della triennale, ci sia fin troppa gente che non sappia il significato di “leggere un libro”.
Mi capita spesso di sentire studenti della mia facoltà lamentarsi: “Devo leggere questo libro per l’esame: sono ben 300 pagine”.
“No, io non leggo quotidiani. È come leggere un libro!”.
Quando sento queste amenità rimango totalmente allibito.
Il fatto della lettura, di approcciarsi alla madre della conoscenza (di qualsiasi tipo sia), per noi di comunicazione dovrebbe essere automatico, naturale.
Personalmente, quando finisco di leggere un libro, non riesco a stare senza e devo subito iniziarne un altro. Un romanzo, una raccolta di racconti, un saggio storico, politico, giornalistico…
Insomma, ho una fame che deve essere in qualche modo placata.
Per fortuna, l’orario di lezione mi ha sempre permesso di avere spazi per potere leggere, rifugiarmi in biblioteca, o nei tavoli messi a disposizione per lo studio, o su uno di quei due divanetti per la lettura dei quotidiani.
È un peccato che una biblioteca così grande come quella Interdipartimentale della mia facoltà abbia in realtà così pochi libri. Arbitrariamente, potrei affermare che le scaffalature occuperanno sì e no un quarto dello spazio totale.
Una volta avevo trovato roba insospettabile: un volumetto di poesie di Verlaine ad alto contenuto osceno e un cartonato di Pingu.
C’è poco da fare, mediamente la lettura viene vista come un appesantimento, qualcosa di noioso, monotono.
Ho una mia teoria a proposito: ho il sospetto che ciò sia dovuto alla questione delle letture “coercitive” ai tempi della scuola dell’obbligo (e successivo liceo), quando l’insegnante costringeva gli alunni a leggere certi libri.
Ho avuto l’apice di odio per la lettura alle medie: la vedevo come una punizione, una limitazione per la mia libertà di svago e divertimento.
Ricordo che in terza media, in un tema, avevo scritto una frase che suonava più o meno così: “Non mi piace leggere perché credo sia molto più divertente andare a giocare a pallone al parco”.
Altri tempi.
Dovevano ancora venire gli anni delle ragazze (mala tempora!) e le maratone di Latino e Letteratura Italiano del liceo.
Forse, se si proponesse la lettura come un’opportunità per coltivare la cultura personale e non come un’imposizione armata, i giovani riuscirebbero a crescere con una maggiore passione per la conoscenza e svilupperebbero maggiormente una qualità che faccio sempre più fatica a trovare: la curiosità.
Curiosità come volontà di capire i come e i perché del mondo, perché funziona così e non in altri modi, del volere smontare gli oggetti per coglierne il funzionamento.
Purtroppo conosco davvero poche persone in possesso di questa virtù.
Ma proprio è da queste persone che si riesce a imparare di più.
Oggi, anche a livello universitario sussiste un genocidio culturale di dimensioni epiche: quando mi capita di andare a teatro vedo sempre più teste brizzolate o spelacchiate. Quando vado in biblioteca, un luogo sacro, che dovrebbe suscitare timore reverenziale, vedo sempre più ragazzi che ci vanno per rimorchiare e fare i vitelloni. “Furbi loro, coglione te che ci vai per i libri”.
Vero, me lo hanno anche detto i miei genitori, ma credo che ogni luogo abbia determinate funzioni.
Il lettore potrebbe osservare che il mio modo di difendere la cosa tende ad assumere toni maniacali.
Potrei anche dare ragione a questo intelligente lettore: d’altronde, il ricorrere alla lettura per me rappresenta un’evasione da questo mondo reale, una fuga in un altro universo governato da regole completamente differenti.
Qualche mese fa avevo letto una bella intervista sul Resto del Carlino: un sacerdote parlava della lettura come di un’attività che porta a realizzare uno stato di intensa spiritualità, una sana abitudine che presenta molte affinità con la preghiera.
Come nella preghiera, infatti, ci si isola dal resto del mondo e si realizza una relazione, uno stato di profonda elaborazione interiore: per il lettore, con il testo e l’autore. Per il religioso, con sé stesso e Dio (o altra entità superiore).
Il mio momento di preghiera è la lettura.
È un istante lungo tanto quanto quelle ore in cui sfoglio, posseggo, rispetto e degusto il libro.
Sono molto geloso dei miei libri e prenderli in prestito in biblioteca, per ovvie ragioni economiche, mi fa un po’ storcere il naso.
Ma è risaputo, anche Pantalone ha le sue esigenze: ogni volta che vado dalla Feltrinelli, non posso sempre dissanguare il mio portafoglio.